CLAUDE MONET – Waterloo Bridge: Effect of Sunlight in the Fog, 1903.

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Monet è attratto dalla dinamica tra divenire e permanenza. Il pittore sceglie un soggetto, in questo caso un ponte di Londra; si tratta di un soggetto ben definito e solido, non è certo lo scorrere di una giornata che può scalfirlo. Ma a Monet interessa il divenire incessante degli effetti luminosi e atmosferici che si creano intorno al ponte nel corso del passare delle ore.

Nel momento colto dal dipinto  il ponte è avvolto dalla nebbia e la sua possente sagoma si intravede appena.

Claude Monet – Waterloo Bridge: Effect of Sunlight in the Fog, 1903. Oil on canvas, 73.7 x 100.3 cm. National Gallery of Canada, Ottawa

Un debole sole si affaccia nel cielo ed il suo riflesso screzia dolcemente le acque del Tamigi. È un istante quello che coglie Monet, ma non è solo un istante percettivo. Sono passati decenni dalla codifica della pittura impressionista, pittura di superficie per eccellenza.

L’occhio di Monet, quel grande occhio come lo aveva definito Cezanne,  ormai non guarda più solo agli effetti luminosi sulla realtà, ma guarda con l’occhio interiore. I suoi dipinti sono sempre di più la rappresentazione di uno stato d’animo.

Le serie che realizza su un unico soggetto, in questo caso il Waterloo Bridge,  diventano l’occasione per documentare le mille sfumature del nostro sentire interiore nella dinamica della permanenza del nostro io e del suo divenire incessante, ora dopo ora, giorno dopo giorno.

Al contempo Monet entra, sul piano pittorico, in una dimensione di pura astrazione, l’unica capace di echeggiare il sentire profondo.

I dipinti diventano opere funzionali alla meditazione. L’osservazione non deve più essere analitica, alla ricerca del dato “scientifico”, ma abbandono. Abbandonarsi a quell’appena sussurrato fluire delle cose che si dissolve davanti all’occhio che si rivolge all’esterno e prende forma come puro sentire, come mera intuizione attraverso l’occhio interiore. (SIG1000quadri)

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