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CONTRO LE MOSTRE  – Tomaso Montanari e Vincenzo Trione , 2017.  Edizioni Giulio Einaudi

Da qualche mese abbiamo deciso di raccogliere le impressioni derivanti dalle nostre visite alle mostre ed ai musei sul sito 1000quadri.it, un modo per dare un naturale seguito all’attività portata avanti per tanti anni sulla pagina Facebook I 1000 quadri più belli di tutti i tempi.  Il senso è molto semplice: va bene la visione a video delle opere, soprattutto pittoriche  – ed è bene ricordare come mai come in questa epoca è disponibile a tutti un database enorme di opere passando dalle fototeche online più strutturate come quella della Fondazione Federico Zeri, ai milioni di scatti realizzati dai visitatori nei musei e collezioni di tutto il mondo e poi condivisi sui social – ma la visione dal vivo in un museo, in una chiesa, in un palazzo storico, in una mostra, rappresentano il giusto completamento, la coronazione di un interesse o ,come diciamo spesso riconoscendoci, di una passione. Ora, dopo aver tanto spinto sull’acceleratore pubblicando presentazioni o resoconti  delle mostre, con l’obiettivo di suscitare curiosità, dare informazione e, infine, incentivare le visite, ecco che ci siamo imbattuti nel saggio “Contro le mostre”; si tratta di un vero atto d’accusa contro la tendenza, molto italiana, ad allestire mostre di scarso valore scientifico e per lo più centrate su un numero ristretto di soliti nomi (Caravaggio, Monet, Van Gogh, gli Impressionisti ecc.) di sicuro impatto di marketing e quindi di risultato al botteghino in termini di incassi e biglietti venduti. “Contro le mostre” è un libretto  molto scorrevole, un tascabile a basso costo e prima di addentrarci nei contenuti, ecco subito un consiglio: se avete a cuore l’arte, se amate andare per mostre, leggetelo,  è una lettura gradevole e piena di spunti di riflessione.  Ma veniamo alla tesi centrale del saggio scritto a quattro mani da Tomaso Montanari e Vincenzo Trione due operatori del settore, professori universitari e curatori loro stessi di allestimenti: le mostre devono produrre conoscenza. Questo significa in parole povere che usciti da un percorso espositivo dovremmo sentirci tutti più arricchiti.

Una mostra deve fare luce su un artista, un periodo storico, uno stile, portando nuovi contenuti, accrescendo in altre parole la conoscenza storica – tramite un rigoroso metodo scientifico – di quel particolare ambito di indagine; una mostra deve essere pensata per dare un contributo alla ricerca, non per fare cassa; deve essere meditata anche per anni, non deve essere improvvisata. Altrimenti la mostra è inutile ed ha solo finalità commerciali. I due autori fanno una contrapposizione netta tra due orientamenti, il primo auspicabile, il secondo da evitare, ecco alcuni esempi: accrescimento della conoscenza vs pura operazione di marketing; arricchimento personale vs incassi al botteghino; interesse scientifico vs spettacolarizzazione e intrattenimento ecc.  Il grande rischio, secondo Montanari e Trione, è quello  della mercificazione dell’arte e della trasformazione dei visitatori in clienti e consumatori.

Copertina del libro

All’interno di questo ragionamento Goldin, il patron di Linea d’Ombra, è naturalmente il più preso di mira con le sue mostre blockbuster che ormai da un ventennio catalizzano centinaia di migliaia di spettatori in diverse città italiana. Vero è che con la mostra organizzata qualche anno  “Tutankhamon, Caravaggio, Van Gogh. La sera e i notturni dagli egizi al Novecento.”, Goldin si è superato mettendo insieme, a partire dal titolo, un accrocco sul quale è facile sparare. Aggiungiamo che, al di là delle evidenti forzature di questo curatore, con un occhio sempre rivolto al marketing,  resta aperto un tema non da poco: il valore del dipinto, dell’opera in sé mostrata al pubblico. Sì, perché se è vero ed importante, produrre conoscenza dando un senso e un rigore ai percorsi espositivi, creando una rete di rimandi, associazioni, spunti filologici e critici – e a tal proposito il modello preso  come riferimento è ancora una volta Roberto Longhi, uno dei grandi padri della storia dell’arte italiana e già organizzatore di mostre memorabili decenni orsono – vero anche è che la singola opera, soprattutto se di alta qualità, si dà da sola, si offre per essere ammirata, contemplata per suscitare  emozione, interesse, arricchimento. Prendiamo il celebre “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” di Paul Gauguin proposto da Goldin a Genova alcuni anni orsono e inserito in un contesto espositivo scientificamente debole.  Il capolavoro in sé non valeva da solo il prezzo del biglietto e non dovremmo quindi essere grati d’avercelo portato sotto casa da Boston? Oppure che dire della “Ragazza con turbante” di Vermeer, probabilmente una delle opere più conosciute dell’arte mondiale, portata sempre da Goldin a Bologna quando il museo dell’Aia, sede abituale del dipinto, era in restauro? Qui si aprono altre due questioni: una,  tema non toccato in “Contro le mostre” e che lasciamo pertanto aperto rimandandolo magari ad un’altra occasione,  è quelle delle opere feticcio, quei quadri celeberrimi che diventano a vere e proprie star osannati un po’ irrazionalmente e un po’ per moda; l’altra questione,  fortemente dibattuta nel pamphlet, è quella dei rischi che corrono le opere nel corso di prestiti e spostamenti. Quando e quanto vale la pena mettere a rischio un’opera spostandola per migliaia di chilometri, pregiudicandone la conservazione tra sbalzi termici e sballottamenti durante il trasporto nei  camion e nelle stive degli  aerei? Qui gli autori portano l’esempio dei ritratti dei coniugi Doni di Raffaello, capolavori spediti in fretta e furia in Russia nonostante il parere contrario dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Solo un percorso espositivo eccezionalmente significativo sul piano della produzione di conoscenza può giustificare il rischio di uno spostamento, questa la risposta. Non dimenticano poi, Montanari e Trione ,che  il rischio, nella conservazione di opere fragili ed antiche, c’è sempre, anche in loco, basti pensare a quanto accaduto a Brera, uno dei cosiddetti “supermusei” italiani, dove qualche anno orsono, da un giorno all’altro, per problemi mai ben chiariti ai sistemi di termoregolazione, diverse opere della celebre collezione hanno iniziato a mostrare segni di deterioramento.



Ma le stoccate degli autori non vanno solo contro le mostre create ad arte per attirare pubblico. La Biennale di Venezia e più in generale quella che definiscono la biennalizzazione dell’arte è individuata come un altro male del nostro sistema. Anche l’idea di “Biennale”, esportata in tutto il mondo, si è fossilizzata secondo gli autori in una formula dove ogni accostamento è lecito e dove, soprattutto, i curatori sono le vere e proprie star dai cui umori tutto dipende, mentre il livello delle installazioni ad effetto, realizzate da artisti talora proiettati dal nulla nello star system del contemporaneo,  naufraga lasciando basiti la maggior parte degli spettatori in balia di contorte giustificazioni filosofiche che esplicano le scelte espositive.  Siamo di fronte spesso ad opere che non si danno da sé, anzi non si danno per nulla senza un astruso testo teorico a supporto.

Un altro bersaglio del pamphlet è la diffusione del crossover ovvero di quelle contaminazioni spesso forzate che troviamo soprattutto nei musei e nelle aree archeologiche tra opere del passato e contemporanee, tra classicità e post-modernismo. Tra gli esempi citati anche quello dello scultore Igor Mitoraj alla Valle dei Templi di Agrigento che  avevo apprezzato qualche anno fa se non altro perché nella vastità degli spazi archeologici le opere di Mitoraj, si inserivano a mio parere agilmente, quasi timidamente, senza nulla togliere alla solennità del percorso archeologico. Quello che manca, sottolinea il testo,  è soprattutto un dialogo tra passato e presente, dove il presente cerca più che altro una consacrazione, una nobilitazione  al cospetto del classico. In questo ambito gli autori trovano delle eccezioni positive come la serie del regista Peter Greeneway dedicata ad alcuni capisaldi dell’arte occidentale, ad esempio l’installazione sul Cenacolo vinciano. Qui la tecnologia moderna e la contaminazione di linguaggi sono al servizio di una valorizzazione dell’opera.

Partendo dallo spunto su Greeneway, dove la tecnologia è posta al servizio dell’arte,  dedico qualche parola alle mostre cosiddette “immersive”, solo accennate nel testo. Faccio riferimento a quelle mostre-spettacolo senza opere dove attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici ad alta fedeltà,  i dipinti vengono proiettati in grandi spazi. Queste spettacolarizzazioni, laddove vengano studiate secondo una precisa regia e non come una semplice sequenza di iperstimolazione sensoriale, possono rappresentare una prima modalità di accesso per il grande pubblico verso la scoperta di artisti non facilmente accessibili. Se ad esempio per vedere un artista come Klimt non ci sono molte alternative dall’andare a Vienna, allora una mostra “immersiva” dedicata a Klimt e costruita con un criterio storico artistico può rispondere ad una prima esigenza di scoperta del pubblico portandolo poi a stimolare il desiderio di un ulteriore approfondimento dell’artista. La domanda che sorge è: meglio delle semplici proiezioni che ci danno però un’idea complessiva e ragionata dell’opera dell’austriaco oppure una mostra che mi era parsa di basso profilo come quella organizzata qualche anno fa a Palazzo Reale di Milano? Se il livello delle mostre-spettacolo saprà  crescere per diventare un vero strumento di intrattenimento divulgativo, allora personalmente supererò i pregiudizi che sino ad ora mi hanno accompagnato nei confronti di questa nuova modalità espositiva.

Tornando a “Contro le mostre” giungiamo alla domanda finale che si pongono gli autori. Fermo restando che mostre di alto profilo scientifico, che producono conoscenza, rispettose delle opere, devono essere comunque organizzate,  come orientare il grande pubblico che anche nel 2017 ha mostrato, stando ai dati record di afflusso ai musei recentemente pubblicati, un crescente interesse per l’arte vissuta dal vivo ?

Una prima proposta degli autori è quella di tornare ad apprezzare il territorio, quell’unicum che è l’Italia, un vero e proprio museo a cielo aperto così ricco e abbondante di opere d’arte da non esserne nemmeno più, noi cittadini,  pienamente coscienti. Su questo tema la sfida è quella di andare oltre quel numero ristretto di grandi musei e poli archeologici  che catturano milioni di visitatori per cercare di diffondere la conoscenza e valorizzare i siti secondari e periferici. Una sfida immane che coinvolge amministrazioni e recettività turistica.

Una seconda strada proposta e per certi versi  inaspettata, è quella di dare maggiore attenzione alla Street Art, quel linguaggio artistico figurativo che in pochi decenni ed in maniera inarrestabile ed irresistibile ha invaso tutto il mondo e soprattutto quei “non luoghi” quali le periferie anonime cresciute a dismisura ed in modo incontrollato negli anni del boom economico  oppure  le grandi aree delle fabbriche dismesse.

La Street Art può rappresentare una delle vie di uscita da quella gabbia nella quale l’arte sembra essere stata imbrigliata attraverso le biennali, le mostre di cassetta ed un mercato sempre più spregiudicato che tende a pensare ed a trattare il pubblico come cliente consumatore e non come essere umano con le proprie potenzialità di crescita, di analisi critica e di maturazione.

La Street Art come tentativo di portare  il bello e il colore dove domina il brutto, il grigio, la desolazione, la dissoluzione dell’identità culturale. Chiaro che il riferimento degli autori è alla Street Art come espressione che si impossessa degli spazi come una pellicola, per ridarne dignità, anche in maniera selvaggia, ma non come vandalismo fine a se stesso, come prevaricazione. In ogni angolo del mondo la Street Art ci dimostra che la cultura figurativa è viva, vitale, vibrante, chiede di lasciare il segno come un istinto primordiale che risale agli albori dell’uomo,  senza dimenticare il livello di eccezionale qualità raggiunto talora da questa forma artistica di strada attraverso  composizioni  monumentali e di grande complessità ideativa e di segno.

Artisti come Banksy, negando la propria identità, sfidano da un parte la logica di un mercato che cerca superstar da dare in pasto al grande pubblico e dall’altra detengono quel dono di comunicare, di darsi immediatamente a tutti senza mediazioni e senza la necessità di sovrastrutture concettuali. SigM​Q

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