FILM “Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità” – RECENSIONE

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Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità di Julian Schnabel (2018)

Affrontare la biografia cinematografica di Vincent Van Gogh è impresa ardua e rischiosa. Ci troviamo di fronte ad una delle personalità più mitizzate della storia dell’arte, oggetto di continue attenzioni e rivisitazioni.  Chi non conosce i quadri con i girasoli, battuti a cifre vertiginose nelle aste, o il dipinto “la notte stellata” che google ha dichiarato esser l’opera d’arte più cercata al mondo?



Il film si offre quindi ad una platea molto vasta e diversificata; ci sono gli appassionati di arte che affollano i musei e le mostre in tutto il mondo per vedere le sue opere e c’è  chi semplicemente nel proprio immaginario ha dedicato uno spazio, magari poco definito e collocato storicamente e criticamente,  a questo artista, l’artista “folle” per antonomasia, una sorta di popstar che arriva da un passato lontano ma non lontanissimo, da un tempo, la fine dell’Ottocento,  nel quale si stava scrivendo la storia di una nuova pittura, l’arcipelago del post-impressionismo, quella che poi avrebbe spianato la strada alle avanguardie storiche delle quali noi siamo figli.

La scelta di Julian Schnabel, anch’esso pittore ed esponente di spicco della scuola newyorkese, è innanzitutto quella di fare del cinema d’autore, di alzare la cifra stilistica a scapito di scelte più facili e di consumo. L’intero film è una sorta di delirio visivo dove l’animo inquieto e visionario di Van Gogh vengono mostrati attraverso una regia movimentata che utilizza spesso la camera a spalla per seguire le orme dell’artista che si immerge nella natura, così come la visione soggettiva, il punto di vista dell’artista; quando guardiamo con gli occhi di Van Gogh ci troviamo di fronte ad una percezione alterata, dove la porzione inferiore dello schermo resta sfocata mentre quella superiore nitida. In questo punto di equilibrio ci sembra di cogliere quella soglia della quale ci parla il titolo. La realtà per Vincent è un filo, dove nell’al di qua troviamo l’ordinario e nell’al di là si aprono spazi sconfinati, abissi di percezione che diventano quasi mistici sino ad abbracciare l’universo intero, l’eternità appunto.

La natura provenzale, immersa nella luce mediterranea – una nuova luce fortemente cercata dal pittore olandese dopo gli anni parigini –  è quella che sembra aprire le porte alla nuova visione; una vera e propria “illuminazione” quindi, che tocca ed investe l’artista esteriormente ma anche i interiormente. Non è solo questione di tecnica, questione di una pittura materica e pastosa dove Van Gogh spreme i tubetti di colore sulla tela – i tubetti industriali che rappresentano una delle novità per la sua epoca- dando una sensazione tridimensionale quasi scultorea alle opere, ma è anche questione di un nuovo modo di percepire la natura, che è un sentire profondo ed espanso, è una totale aderenza al tutto; uno sprofondare che è mistico e allucinato al contempo.

Il film pur aderente alla biografia – vengono infatti presentati via via gli spostamenti che portano il pittore da Parigi dove conobbe il movimento impressionista e quello puntinista, ad Arles, dove verrà raggiunto per pochi mesi da Guaguin, a Saint Remy dove viene internato in un ospedale psichiatrico, fino alla tappa finale ad Auvers – non indugia sugli eventi, quanto resta su un piano di indagine prevalentemente psicologica dove l’interpretazione di Willem Dafoe risulta magistrale.

Quella di Van Gogh, ci racconta Schnabel, è una parabola umana prima ancora che artistica, la traiettoria di un uomo che ha incontrato la sua strada, la pittura, e non trova altro per dare senso alla propria vita. A costo di lottare contro il resto del mondo, di essere deriso ed emarginato, di arrivare a pensare che forse la sua opera pittorica non è pensata per i suoi contemporanei ma per un pubblico, immenso, che arriverà dopo di lui.

La figura di Theo, l’amato fratello, aleggia per tutto il film come una sorta di angelo custode che veglia sull’artista e lo sostiene, anche economicamente, sia da lontano, attraverso il fitto carteggio, sia negli incontri struggenti. Theo pare quasi una figura materna, tale è profondo ed incondizionato l’amore per il fratello. Un fratello di cui percepisce il talento, ma ancor più riconosce la strada, l’unica possibile, quella di vivere e consumarsi sino alla follia per la pittura.

E proprio mentre i primi giudizi critici positivi iniziano ad arrivare, anche se senza ancora alcun riscontro in termini di  vendita delle opere, Vincent lascia questo mondo a 37 anni, l’età maledetta dell’arte. Schnabel raccoglie la recente tesi che il colpo mortale non sia frutto di suicidio, ma di un incidente causato dal gioco avventato di un paio di adolescenti che il pittore conosceva.

L’eredità di questo pittore resta immensa, sia sul piano artistico, avendo contribuito a portare una visione espressionistica fatta di colori puri e pennellate inquiete quasi violente, come mai si era vista prima, sia sul piano umano. Van Gogh è un vero eroe, un mito moderno, un uomo che ha cercato di staccarsi dall’ordinario per volare alto, troppo alto come Icaro, sino a bruciare se stesso.  ​(SIG & ANT 1000quadri)

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