Rembrandt o non Rembrandt?

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Quando molti anni fa visitai per la prima volta la Gemäldegalerie di Berlino, avevo un pensiero  fisso, trovarmi finalmente di fronte al celebre “Uomo dall’elmo d’oro”, dipinto che avevo conosciuto attraverso alcune monografie un po’ datate che davano l’opera come autografa di Rembrandt. Dopo averlo visto dal vivo lo avevo annoverato tra i miei dipinti preferiti ed ero in buona compagnia; quasi universalmente infatti era  riconosciuto come uno dei massimi capolavori del genio olandese, anzi forse il quadro che più di ogni altro condensava in sé la poetica rembrantiana.

Solo a posteriori avevo verificato che nel corso del novecento si era molto dibattuto sull’attribuzione del dipinto e che  infine, negli anni ottanta, una commissione di esperti, il celebre Rembrandt Research Project, aveva deciso di togliere l’opera dal catalogo dell’artista nell’ambito di un più ampio e drastico sfoltimento del “corpus”  complessivo. Confesso di esserci rimasto abbastanza male allora ma col tempo me ne sono fatto una ragione ed anzi, oggi, la questione dell’attribuzione mi tocca molto meno. Ma vediamo di fare un po’ di chiarezza.

Perché tanto discutere intorno alla paternità di questo capolavoro?

Il motivo va ricercato nell’esistenza di una attivissima bottega intorno al Maestro. Molti allievi si sono formati sotto la guida di uno dei maggiori pittori di sempre che spesso ideava le opere e poi le lasciava completare alla cerchia. Alcuni discepoli  presero una propria strada, svilupparono un’identità artistica, altri assorbirono a tal punto l’insegnamento del Maestro che lo stile e la pennellata sono quasi indistinguibili; è come se questi allievi vivessero artisticamente di luce riflessa. Una luce però abbagliante che  travalica  secoli e  culture. Per questo spesso si parla, per definire l’opera dell’olandese, di arte atemporale, assoluta.

In quest’ottica poco importa se questo quadro è stato solo ideato da Rembrandt attraverso uno schizzo preparatorio o se vi abbia anche partecipato attivamente con il pennello, magari  con qualche ritocco qua e là nel corso della stesura dell’opera. Quello che a  noi resta è un capolavoro che senza l’insegnamento di Rembrandt non sarebbe stato semplicemente possibile.

Il protagonista del quadro è un soldato di età avanzata che porta uno splendido elmo dorato. Il pittore olandese era un collezionista di oggetti preziosi, almeno prima della bancarotta che nel 1656 lo costrinse a perdere tutto, e questi oggetti come monili, armature, tappeti, venivano utilizzati al’interno delle sue opere.

L’uomo dall’elmo d’oro cm. 67 x 50, Gemäldegalerie Berlino, Staatliche Museum




L’uomo tiene lo sguardo abbassato ed ha il volto profodamente segnato, porta su di sé le tracce di una vita di battaglie. Più che un’istantanea che coglie un moto umorale, un’intenzione, un sussulto e più che un’analisi caratteriale, sociale  o fisiognomica, questo quadro è come un testamento  potentissimo, un libro aperto  che scava nelle profondità del vissuto del guerriero. Rembrandt è il pittore degli abissi, le sue figure escono dal magma indistinto delle tenebre e potrebbero riscomparirvi da un momento all’altro. I suoi personaggi sono eroi drammatici posti alla soglia di un universo di confine che sta tra il nostro di spettatori posto al di qua e quello che si manifesta al di là, come squarcio di luce sulla tela.

Proprio sulla dinamica luce ed oscurità mi sento di fare un’osservazione  che è  poi il motivo per il quale attualmente propendo a considerare  L’uomo dall’emo d’oro come opera non totalmente autografa di Rembrandt. Percepisco  uno stacco troppo forte tra l’elmo sfavillante ed il volto in ombra. Le mie più recenti visite a musei e mostre nello sforzo continuo di cercare di comprendere il mistero , l’alchimia, il segreto che sta dietro un capolavoro rispetto ad un  ottimo quadro,  mi hanno portato a cercare sempre di più di cogliere quell’armonia intrinseca all’opera che regna nei capolavori assoluti.

Dopo tanto peregrinare e cercare, da qualche tempo sono tornato a considerare come illuminanti le parole dello storico dell’arte Ernst Gombrich: un quadro è “a posto” quando non  ci deve essere niente di più e niente di meno. Ecco, nell’Uomo dall’elmo d’oro, se Rembrandt avesse dipinto l’opera in totale autonomia e controllo,  avrebbe forse aggiunto un quid, avrebbe trovato quella modalità magica, che non può essere una prescrizione dettata alla bottega,  per modulare e riequilibrare ulteriormente luce ed oscurità, elmo e volto,  fino a rendere l’opera un tutt’uno perfettamente “a posto” e  armonico.

Ma questo potrebbe anche spiegare perché questo dipinto è una sorta di opera paradigmatica di Rembrandt. Applicando alla lettera  le modalità e le tecniche pittoriche del Maestro, gli allievi della sua bottega  hanno realizzato un dipinto ancor più rembrandtiano o se vogliamo dire alla perfetta “maniera” di Rembrandt tanto da diventare un’icona stessa della pittura del Maestro. (Sig MQ)



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