La cena in Emmaus di Rembrandt a Brera

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Rembrandt è probabilmente il mio pittore preferito ed universalmente riconosciuto come uno dei sommi maestri dell’arte.

La Pinacoteca di Brera che conserva un’unica opera rembrantiana, un ritratto di donna di mediocre livello recentemente retrocesso a lavoro della bottega, ospita fino 24 febbraio 2019  uno dei maggiori capolavori giovanili del pittore olandese, la celebre “Cena in Emmaus” proveniente dal Musée Jacquemart-André di Parigi.

Rembrandt Harmenszoon Van Rijn: La cena in Emmaus, cm. 39 x 42, Parigi, Musée Jacquemart-André.  olio su carta incollata ad un supporto ligneo



La caratteristica strabiliante e prodigiosa di Rembrandt, soprattutto nelle opere di tema religioso, è la luce. Una luce che non può essere ridotta ad una dinamica, ad un contrasto di chiaroscuro ma che rappresenta una vera e propria apparizione che ci apre ad un mistero.

Cosa riesce ad infondere questo gigantesco pittore alla tela? Credo che l’unica definizione che possa trasmettere un’idea corretta di quel che accade, è che Rembrandt riesca a far risplendere queste opere di una luce sovrannaturale, una luce che non è del nostro mondo sensibile.

Avvicinandosi ad una di queste opere di tema sacro – mi è accaduto un paio di volte recentemente, a Brera appunto e poi qualche tempo fa a Glasgow –  la sensazione è subito quella di imbattersi in una luce che promana dal quadro. Proprio all’Hunterian Museum dell’Università di Glasgow dove è conservata una Deposizione del maestro olandese,  a lungo mi sono guardato intorno alla ricerca di un faretto, di una fonte luminosa artificiale che giustificasse questa luce abbagliante proveniente dal dipinto. Dopo una vana ricerca mi sono dovuto arrendere all’evidenza, quest’opera, un bozzetto sul quale l’artista tornò a più riprese, vive di una misteriosa ed inafferrabile luce propria.

Rembrandt van Rijn, Deposizione, c.1635 – 1654 © The Hunterian, University of Glasgow



Rembrandt di norma non mostra le fonti di luce. L’artista, nei suoi interni  o nei notturni, nasconde lampade o candele e ci fa solo immaginare la loro presenza, dietro ad una mano, ad un corpo, ad una parete. Con questo espediente la fonte luminosa esce dalla nostra sfera percettiva diretta e lascia il campo ad un’allusione, ad un rimando che ci conduce a pensare ad una luce che ha carattere non ordinario. Chiamiamola, ognuno secondo il proprio sentire,  sovrannaturale, mistica, salvifica o semplicemente calda:  la luce di Rembrandt è e resta un miracolo.

Nella “Cena in Emmaus” ora a Brera, il giovane Rembrandt attivo a Leida e quindi non ancora approdato ad Amsterdam, trova un’invenzione davvero insolita. Non ci mostra Cristo direttamente, ma solo come silhouette. La luce emerge infatti dietro di lui e ci lascia intravedere il suo profilo mentre i discepoli al momento dello spezzare del pane e della benedizione, riconoscono la sua identità e quindi la sua resurrezione dopo la morte. Lasciando il Cristo in ombra, è la luce stessa che inonda la stanza a divenire spirituale. Dei due discepoli uno, in primo piano, si è già gettato in ginocchio lasciando cadere la sedia che intravediamo gambe all’aria accanto al tavolo, l’altro seduto mostra tutta la sua sorpresa e incredulità sgranando gli occhi e ritraendosi con il corpo.  L’interno dove si svolge la scena è umile, una stanza dalle pareti scrostate che non nasconde quindi i segni del tempo. Rembrandt con questi dettagli vuole mostrarci l’incontro tra divino e umano, tra la vita eterna che Cristo sta affermando ai discepoli e la vita terrena per sua natura vulnerabile e deperibile.

Rembrandt van Rijn , Filosofo in meditazione, 1632, Louvre, Parigi



Ma c’è un altro aspetto del dipinto  che compare anche in altre opere del maestro. Accanto alla luce sovrannaturale che irradia in primo piano troviamo anche una luce più familiare, più umanamente vicina a noi; è la luce del focolare. In secondo piano vediamo infatti un’altra scena dove appena percepiamo lo scorcio di una cucina dove una donna è intenta a lavorare. Questa doppia luce caratterizza anche il celebre dipinto “Il filosofo” dove troviamo convivere da una parte la luce “superiore” della conoscenza, dell’illuminazione  che proviene dall’esterno attraverso la finestra ed investe il pensatore e dall’altra la luce di un camino che viene alimentato da una donna.

Rembrandt riesce quindi per gradi, partendo da ciò che più ci è vicino ed intimo, come il focolare domestico, a portarci sino alle soglie del mistero, laddove la luce squarcia le tenebre ed accende la fiamma del nostro sentire interiore e ci apre alla percezione dell’infinito. (SIG1000QUADRI)

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