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Di volta in volta è il titolo della mostra monografica dedicata al pittore padovano Matteo Massagrande che si tiene alla galleria Punto sull’arte di Varese.

Si tratta dell’unica esposizione in Italia nel 2017 a parte la presenza del pittore padovano, classe 1959, nel contesto della mostra  di Van Gogh a Vicenza.

Da diversi anni  ho preso a cuore questo artista  esponente della nuova figurazione italiana e l’occasione di vedere tutte insieme 18 sue opere è stata veramente importante per farmi finalmente un’idea dell’impatto dal vivo dei suoi dipinti.

Matteo Massagrande, La Barchessa, 2017, tecnica mista su tavola, cm 30×60





La selezione delle opere, le uniche al momento disponibili sul mercato, segnale di una crescita notevole di interesse nei suoi confronti e in senso più lato nei confronti della pittura figurativa, è centrata sugli ormai celebri interni , vere scatole prospettiche delle meraviglie

Quelle presentate sono tante variazioni sul tema. Le opere sono tutte assimilabili ad uno stesso schema, lo scorcio di una stanza che si apre su altre stanze, corridoi, disimpegni con finestre, vetrate e porte.

Ma più cerchiamo di ricondurre le opere ad uno schema, più il nocciolo dell’opera di Massagrande ci appare sfuggente. Ogni opera è così complessa e meditata che ogni semplificazione è fuorviante.

Matteo Massagrande, Meriggio di giugno, 2017, tecnica mista su tavola, cm 23×33

 La prima immediata semplificazione ci arriva dall’impatto iperrealista delle opere. Esclamare “sembra una foto” è perfettamente lecito, come ben insegna la gestalt i nostri sensi sono fatti per  essere ingannati o, se vogliamo guardarci più benevolmente, i nostri sensi sono fatti per avere una visione semplificata della realtà, in altre parole per scartare informazioni secondarie e non adattive, la cui ridondanza manderebbe il nostro cervello in cortocircuito.

Matteo Massagrande, Ottobre, 2017, tecnica mista su tavola, cm 40×60

Ma sta proprio qui la sconvolgente esperienza delle opere del pittore padovano: ci troviamo di fronte a dipinti così complessi e stratificati che solo dopo averli osservati per qualche minuto iniziamo a comprenderli ed interiorizzarli. E qui iniziano ad emergere più chiaramente ai nostri occhi  tutte quelle incongruenze, quelle licenze che Massagrande ama prendersi  rispetto alla costruzione prospettica scientifica.

Nel grande rigore compositivo che caratterizza le sue opere, scopriamo che  nulla è perfettamente in ordine, anzi tutto è leggermente sbilenco, storto, incongruente. Da questo punto di vista quello dell’artista è una sorta di “cubismo iperrealista”: gli interni sono rappresentati attraverso molteplici punti di vista, sono costruiti da un architetto al quale non interessa stare “in bolla” bensì sfidare i nostri sensi percettivi.

Massagrande ha indubbiamente conquistato un  grande senso dello spazio; lo studio assiduo del rinascimento ha portato il pittore a penetrare  il senso della composizione spaziale come pura armonia di forme e volumi . Solo, come detto, la perfezione compositiva si scontra con l’imperfezione delle linee sempre sballate di qualche grado, quanto basta, appunto, per spiazzarci ma prima ancora meravigliarci inconsapevolmente.

Matteo Massagrande, Mattino di giugno, 2017, tecnica mista su tavola, cm 80×80



Ma questi dipinti hanno diverse chiavi di lettura. Quelle di Massagrande sono stanze della memoria, scatole dei ricordi dalle quale fuoriescono emozioni, sensazioni, percezioni lasciando aperte al visitatore della galleria  libere associazioni ognuno secondo il proprio sentire e la propria esperienza di vita.  Le stanze si aprono a pluri-possiblità, ogni porta o finestra si apre verso un mondo possibile o si associa ad un altro ricordo in un gioco di rimandi.

Gli interni sono decadenti, le pareti scrostate, gli infissi rotti, ma tutto mantiene una grande dignità, una sorta di nobiltà intrinseca, quasi potremmo dire una sacralità.

Non c’è traccia di essere umano, gli ambienti paiono disabitati, ma è evidente che si tratta di spazi che portano con sé la memoria del vissuto di chi le ha abitate. E scatta in noi una sorta di rispetto per quello che quegli spazi sono stati che si accompagna all’ammirazione dei dettagli ancora preziosi, in particolare le piastrelle delle pavimentazioni che disegnano splendide forme ed ipnotiche fughe prospettiche.

Matteo Massagrande, Portico, 2017, tecnica mista su tavola, cm 80×80

L’interesse dei pittori per i pavimenti decorati è sempre stato altissimo, perchè rappresenta l’opportunità per dare un senso di profondità all’opera con un grande effetto decorativo. E’ un artificio molto elegante ed intrigante per dare forma convincente a quello che Berenson chiamava “il cubo d’aria” ovvero quell’universo con proprie regole, credibili, per quanto frutto di un’illusione. E’ la grande finzione della pittura, che si apre come spazio verosimile sulla tela agli occhi di chi vi si pone davanti. Già prima della scoperta scientifica della prospettiva, nel trecento  italiano, vi sono esempi di bellissimi pavimenti , ad esempio in Ambrogio Lorenzetti, e così nella grande tradizione fiamminga vedi il padre della pittura ad olio Van Eyck.

Massagrande ha  studiato il nostro rinascimento come anche quello nordico e colpisce che nell’intervista trascritta nel catalogo della mostra a Varese, l’artista citi, tra gli altri,  proprio Antonello da Messina, il grande ponte storico tra il nord ed il sud.

Ma a proposito del rapporto tra le grandi scuole pittoriche europee, c’è un altro tema da approfondire. Federico Zeri  insegnava come le opere italiane vanno viste dall’insieme al particolare, cioè partendo appunto dalla perfezione ed armonia compositiva dell’insieme per poi scendere nel dettaglio. I fiamminghi, diceva lo storico dell’arte già soprannominato  “il’occhio più grande della sua epoca”, vanno invece guardati partendo dai particolari.

Matteo Massagrande, Mattino al mare, 2017, tecnica mista su tavola, cm 40×60

Massagrande a tal proposito ci spiazza ancora una volta perché la cura della composizione nel suo complesso e la cura del dettaglio si compenetrano e rimandano vicendevolmente ; un po’ italiano e un po’ nordico, comunque sempre raffinato e acuto.

Gli interni del pittore sono come labirinti con molteplici fughe e aperture, sia verso altri vani interni sia verso l’esterno; le finestre, le porte e talora le grandi vetrate, si aprono per lo più verso la natura, il verde degli alberi o il blu del mare. La luce penetra di conseguenza le stanze  da più parti e qui sta un altro pregio dell’artista, quello del pieno controllo dell’impatto luministico sulle superfici e sull’ambiente, ricordando da questo punto di vista  la grande scuola del seicento olandese da Vermeer a De Hooch.

Matteo Massagrande, La tenda a fiori, 2017, tecnica mista su tavola, cm 30×30

Sul piano cromatico Massagrande è ugualmente certosino e meticoloso. Alle decorazioni delle piastrelle ed ai paesaggi della natura spettano i colori più brillanti,  alle pareti ed agli infissi sono riservate tonalità più delicate ma sempre nel rispetto dell’armonia del dipinto.

Difficile trovare una sintesi dell’opera di Massagrande, pittore che può essere goduto e amato a livelli diversi. Possiamo farci ammaliare da queste scatole dei ricordi e lasciar scorrere il flusso delle emozioni quanto appassionarci ed addentrarci nello studio della composizione, della luce e dei colori.

Qualunque sia il nostro approccio non possiamo però che confermare quanto l’artista ripeta riprendendo Vuillard “è tempo che la pittura torni ad essere un mestiere difficile“.

Davanti alla sue opere comprendiamo appieno  quanto grande sia l’impegno, lo studio e la dedizione  per raggiungere questi risultati d’eccellenza. (SigMQ)



VARESE, GALLERIA PUNTO SULL’ARTE (di Sofia Macchi) – Viale Sant’Antonio 59/61

8 OTTOBRE 2017 – 18 NOVEMBRE 2017

a cura di di Alessandra Redaelli, Edizioni PUNTO SULL’ARTE

Foto realizzate da 1000quadri

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