MOSTRA BACON E FREUD A LONDRA – RECENSIONE

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“All to human” è il percorso espositivo che la Tate Britain dedica ad un secolo di pittura centrata sulla figura umana. Intorno alle colossali presenze di Francis Bacon e Lucien Freud, viene presentato un consistente numero di artisti che dall’inizio del novecento e fino ad arrivare agli anni più recenti, hanno gravitato intorno alla città di Londra.  La carne al fuoco, ed in questo caso il termine flesh – carne appunto –  è quanto mai appropriato, è davvero tanta. Inizieremo pertanto con qualche riflessione su Freud e Bacon per poi passare brevemente in rassegna alcuni degli autori più significativi inseriti nel percorso espositivo.

Dagli anni ’60 la pittura di Freud ha una virata. Dalla cura del dettaglio, caratteristica della prima fase, l’artista passa all’utilizzo di pennelli di maggiore dimensione che permettono di delineare le masse corporee con più  espressività traducendo il senso del volume attraverso pennellate più spesse, grossolane e materiche. Freud elegge il suo studio come centro della sua attività. E’ nel suo studio che sfilano modelle e modelli per decenni mentre le pareti, gli oggetti, gli arredi diventano parte di un paesaggio che via via muta secondo l’allestimento assemblato al momento. E’ una scelta precisa, quella dell’artista, di delimitare l’universo entro quattro mura inserendo nel contesto dello studio tipi umani che portano la propria storia. Il percorso, se vogliamo, non è distante da quello di Morandi che fissa il suo studio di via Fondazza a Bologna come perimetro di lavoro solo che, nel caso dell’italiano, sono bottiglie e stoviglie, con tutto il carico di segni del vissuto che portano con sé, a passare sotto la lente di ingrandimento dell’artista. E’ qui, in questo territorio delimitato, che Freud impietosamente dipinge lo sfaldamento dei corpi talora nella loro vulnerabile nudità, nudità che è anche psicologica, di sentimenti e pensieri. Lo studio del pittore diventa il lettino dello zio Sigmund. Laddove lo scienziato, attraverso le tecniche psicanalitiche faceva risalire dalle profondità del subconscio e del sogno la materia prima delle patologie, così il pittore con il colore sembra far emergere nella superficie delle masse corporee i segni dei traumi vissuti. I ritratti sono spesso di grande dimensione, elemento che rende ancora più ingombranti i corpi e li espone impietosamente alla vista, e spesso colti da prospettive taglienti, all’antitesi sia di ogni classica posa plastica sia di ogni facile ammiccamento grazioso. Freud trova anche nelle piante che decorano lo studio un elemento di interesse. I suoi dipinti in questo caso hanno uno spiccato senso naturalistico. L’artista resta ammaliato dalla natura che inesorabile si sviluppa, si intreccia, si inerpica fino ad occupare tutto lo spazio pittorico.

Lucian Freud, Girl with a White Dog 1950-1 Oil paint on canvas 762 x 1016 mm © Tate

Nell’immediato dopoguerra Bacon radicalizza la propria pittura che si riempie di incubi. Nasce così, forse nemmeno consapevolmente, una sorta di continuità senza soluzioni tra la bestialità umana da una parte ed una umanizzazione animale dall’altra. In un fosco clima post atomico dove ogni mutazione genetica, anche la più allucinante e raccapricciante diventa possibile, Bacon dipinge esseri che gridano la propria umana bestialità ed animali, quali cani e scimmie, che sembrano assaliti da un’ansietà ed una irrequietezza tipicamente umane.

Questi esseri deformi, posti in una linea evolutiva non precisamente definita, si muovono entro  spazi che sono gabbie  fatte di energia, carceri della mente e del corpo dove non c’è spazio per il cuore e per il sentimento; sono esseri non animici, dove non sembra esserci traccia di umana nobiltà.

Francis Bacon, Study for Portrait of Lucian Freud, 1964 CREDIT: PRUDENCE CUMING ASSOCIATES LTD/THE ESTATE OF FRANCIS BACON. ALL RIGHTS RESERVED. DACS, LONDON​

Bacon utilizza spesso fotografie e varie fonti iconografiche per l’elaborazione delle sue grandi tele degli anni ’60 e ’70. In particolare la mostra documenta la collaborazione con  John Deakin, fotografo al quale Bacon commissionò alcuni ritratti che divennero il punto di partenza per alcune opere pittoriche. In queste tele è forte il contrasto tra le campiture omogenee di sfondo ed i corpi profondamente deformati dove la trama del colore impastato definisce le forme. 

Gli esseri che vivono questi quadri affermano nei confronti dello spettatore la propria identità contorcendosi in maniera innaturale. Si assiste ad una sorta di mutazione fisica e fisiologica: gli organi interni paiono risalire in superficie e la forma sprofondare nelle viscere. Avvertiamo quindi la presenza di coaguli di energia che non riusciamo a ricondurre entro gli schemi evoluzionistici;  ne avvertiamo, ancora, una sostanza allo stesso tempo animale e umana ma al contempo “altra”. Gli esseri di Bacon si muovono come all’interno di un laboratorio da incubo e senza regole, dove non esiste un protocollo scientifico, ma dove tutto può succedere ed evolvere in qualunque direzione. Mai forse nella pittura si era arrivati a tanto.  L’uomo, sembra dirci Bacon, ha totalmente perso il controllo del proprio futuro ed è completamente in balia di forze sconosciute.

Lucian Freud “Leigh Bowery” 1991

Accanto a due figure così grandi ed importanti, forse le maggiori dell’intero secondo novecento figurativo, “All to human” offre allo spettatore un altrettanto importante spaccato dello studio di figura che corre lungo l’intero  secolo scorso.

Nel percorso incontriamo  la ritrattistica impietosa di Spencer, gli oscuri e davvero torbidi ambienti di Sickert, il paesaggio urbano di Bomberg (perché è nella città che si muovono le donne e egli uomini che sono i protagonisti delle opere proposte) che sarà poi anche maestro fuori dagli schemi di Auerbach.

La figura di F.N. Souza è particolarmente potente e tutta da approfondire con un grafismo espressivo che, nella sua diversificata ricerca,  si avvicina  talora a Dubuffet e talora a Basquiat.

Francis Bacon, Triptych, 1974-1977 © The Estate of Francis Bacon. All rights reserved. DACS, London Photo: Prudence Cuming Associates Ltd.

Proseguendo verso di noi sulla linea cronologica, incontriamo Michael Andrews e R.B.Kitaj che pur da prospettive differenti, raccolgono da Bacon l’abitudine per l’utilizzo di svariate fonti fotografiche. I due autori si concentrano in particolare sul territorio sociale laddove l’individuo entra in relazione con i suoi simili. La mostra si chiude con una sala dedicata alla portoghese Paula Rego, capace di un realismo crudo e a tratti violento,  e su una selezione di contemporanei a conferma di un mai scemato interesse per lo studio della figura umana che vede nell’ultimo secolo la città Londra protagonista a livello internazionale. Non sorprende che la National Portrait Gallery, sempre nella capitale inglese, da diversi decenni sia promotrice di un concorso internazionale dedicato alla ritrattistica che raccoglie migliaia di adesioni d artisti di ogni età e da tutto il mondo.

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