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MILANO, Palazzo Reale

Fino al 3 febbraio 2019

Palazzo Reale dedica una ampia monografica a Carrà una delle figure chiave del novecento figurativo italiano. Dalle prime opere di inizio novecento agli ultimi lavori degli anni ’60, ci conduce lungo ben sette decenni di pittura.

Ma se i primissimi lavori sono degli interessanti esercizi in ambito divisionista, è tra gli anni ’10 e ’20 del secolo breve che si concentra la parte vitale della produzione dell’artista. I decenni successivi rappresentano soprattutto successive meditazioni,  rielaborazioni e citazioni del proprio passato e della storia della quale lui stesso era stato protagonista. Carrà può assaporare a partire dalla fine degli anni ’30 e poi nel dopoguerra, sino alla sua scomparsa avvenuta nel ’66, il riconoscimento sempre crescente che gli verrà attribuito dalla critica e dalle istituzioni .

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Il ventennio decisivo di Carrà può essere a sua volta suddiviso in due: una prima fase legata ai rapporti con le grandi avanguardie ed una seconda fase che matura a partire dal 1922 quando il pittore decide con piena consapevolezza di dedicare le proprie migliori energie all’approfondimento di una strada personale.

Carrà, questa mi pare una delle lezioni principali che emerge dal percorso espositivo, eccelle nella capacità di interiorizzare le intuizioni dei grandi maestri e di trasformare i manifesti programmatici in realizzazioni paradigmatiche di quello stile o movimento. L’artista è  eccelso nel futurismo, all’interno del quale opera firmando nel 1910 il Manifesto accanto ai fondatori Marinetti, Boccioni, Russolo, Severini e Balla.

E’ eccelso nella metafisica che contribuisce a fondare a fianco di De Chirico e De Pisis che incontra a Ferrara ma sembra sempre essere se non in debito, in relazione con qualcuno fino a al punto di far cadere in secondo piano la propria identità; aspetto questo che riprenderemo poco più avanti.

Dall’incontro con le avanguardie storiche nascono opere  che sono veri manifesti.  Ricordiamo ad esempio “L’uscita da teatro” legata alla prima fase futurista quando il tratto divisionista scalpita alla ricerca di un senso del movimento, e che trova stimoli ed ambito di applicazione nel cogliere quella vibrazione vitale che permea la città.

Carlo Carrà, Uscita da Teatro, 1909

Uscita da Teatro, 1909

Nel 1922 Carrà dichiara di voler da quel momento essere solo se stesso. Emerge quindi chiara in Carrà la necessità di anteporre la propria identità interiore, la propria visione personale ad un manifesto programmatico. Questa ricerca di una propria specifica strada lo porta ad immergersi soprattutto nella natura. Da questo incontro nasce una metafisica del paesaggio, denominata talora “trascendente” che è la cifra stilistica del Carrà maturo.

Carlo Carrà Pino sul mare, 1921. Private Collection

Carlo Carrà Pino sul mare, 1921. Private Collection

Un dipinto significativo di passaggio verso uno stile personale è “Pino sul mare”, opera dalla marcata stilizzazione. La casa sulla sinistra  potrebbe stare ancora in una piazza metafisica, così come l’apertura quadrata nella roccia ed il panno steso rimandano ad una sorta di enigma che ancora pervade la tela;  ma il paesaggio marino ed il pino aprono ad una nuova immersione e compenetrazione con la natura.

Carlo Carrà – Sera sul lago (barca solitaria) 1924

Carlo Carrà – Sera sul lago (barca solitaria) 1924

In Sera sul lago (barca solitaria), Carrà, in questa ricerca che trova nella natura e nel paesaggio il territorio privilegiato,  si avvicina inaspettatamente ad una poesia della solitudine con echi romantici e simbolisti ottocenteschi. L’atmosfera rarefatta e onirica, avvolgono l’opera in un silenzio irreale, quasi boeckliniano. Solo la piccola casa dietro la barca, richiama il percorso storico di Carrà alla ricerca del volume puro. Ricerca che nell’ambito della mostra emerge soprattutto nelle opere realizzate in Versilia.

Il percorso artistico del pittore proseguirà ancora per diversi decenni con la sensazione di restare ancorato, nonostante tutto, al suo passato, ai suoi studi approfonditi dei classici, alla sua apertura all’arte internazionale (Cézanne ad esempio). In particolare in alcune opere degli anni ’30, centrate su figure di nuotatori e bagnanti immerse in ambientazioni dechirichiane, sembrano emergere, nell’arcaicità  monumentale delle figure, riferimenti a Masaccio e a Sironi.

Alla luce del lungo ed articolato percorso della mostra mi sono fatto questa idea. Carrà è sicuramente un pittore che ha fatto la storia (che ha contribuito a scrivere in prima persona soprattutto negli anni delle avanguardie) ma che resta anche legato alla più ampia storia dell’arte. L’artista non sembra mai  staccarsi completamente da questo filo conduttore, da questa rete di relazioni con presente e passato, per raggiungere una identità così marcata che ne farebbe un maestro assoluto; al contempo Carrà resta una figura chiave, unica e preziosa, che ci aiuta a comprendere la pittura italiana lungo sette decenni.  (SIG1000quadri)

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