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Marc Chagall. come nella pittura così nella poesia

Mantova, Palazzo della Ragione. Fino al 3 febbraio 2019

Marc Chagall è il poeta per eccellenza della pittura. E’ una convinzione che ho maturato negli anni ammirando le sue opere dal vivo (come dimenticare la grande mostra del 2014 a Palazzo Reale, la visita al Museo Chagall a Nizza e, indietro nel tempo, fino a risalire ad una monografica a Palazzo dei Diamanti di Ferrara nei primi anni ’90) ma anche parallelamente  approfondendo le notizie biografiche. Perché questo è il punto nodale, Chagall inserisce nelle sue opere (che siano grandi teleri o incisioni ad acquaforte) il proprio mondo interiore, il proprio sentire la vita nella maniera più profonda.  Un mondo pregno di tradizione, nello specifico quella ebrea chassidica, e di sentimenti; sentimenti puri, genuini, che fluiscono in un mondo incantato che è un mondo vicino alle fiabe, un mondo quindi pieno di simbologie e allegorie, che sfida le leggi del fluire ordinario della vita, un mondo sottosopra dove volare è possibile ed è parte degli slanci ed aneliti vitali.

Proprio questa aderenza e coerenza al proprio sentire interiore fa di Chagall un artista che sfiora le avanguardie, il cubismo in primo luogo, ma mai le fa proprie come guida stilistica e quindi limite. Non può essere uno stile specifico ad imbrigliare la poetica dell’artista bielorusso che arriva a dire a proposito del maestro del cubismo: “Che gran genio quel Picasso, peccato non abbia dipinto nulla”. Perché dal punto di vista di Chagall, qualunque tecnica, a partire da quella accademica che detestava, deve essere acquisita per essere superata e qualunque manifesto avanguardistico può essere studiato e compreso, ma solo per arricchire il proprio bagaglio culturale e giungere a quella piena libertà di espressione che permette alla poesia interiore di prendere forma in un’opera d’arte.



Il percorso espositivo, raccolto nello splendido Palazzo della Ragione di Mantova, è costituito da tre sezioni.

 

Si parte con una ricca serie di acqueforti, eseguite tra il 1923 e il 1939, tra cui le illustrazioni per le “Anime morte di Gogol”, per le Favole di La Fontaine e per la Bibbia; un momento importante, quello delle incisioni, che ci permette di affrontare il rapporto tra arte e letteratura all’epoca delle avanguardie.

Una seconda sezione è dedicata al ciclo completo dei sette teleri dipinti da Chagall nel 1920 per il Teatro ebraico da camera di Mosca; il percorso espositivo propone attorno alle sette opere la ricostruzione dell’environment del Teatro ovvero una “scatola” di circa 40 metri quadrati di superficie, per cui Chagall aveva realizzato, oltre ai dipinti alle pareti anche le decorazioni per il soffitto, il sipario, insieme a costumi e scenografie per tre opere teatrali

Il terzo momento della mostra è basato su un ristretto nucleo di opere pittoriche di grande impatto.

 

Tra queste ultime mi soffermo su due dipinti ad olio tra i più conosciuti della vasta produzione dell’artista che vivrà e dipingerà sino a 97 anni e che possono rappresentare una significativa sintesi della sua opera, almeno quella dei primi decenni.

Marc Chagall Finestra nella dacia. Zaol’še, 1915 ca. olio, cartone su tela Galleria Statale Tret’jakov di Mosca © The State Tretyakov Gallery, Moscow, Russia © Chagall ®, by SIAE 2018



In “Finestra nella dacia”, Chagall ripropone alcuni dei temi a lui più cari. Il punto di vista è l’interno di una casa. L’artista si ritrae con l’amata moglie Bella sposata proprio nel 1915, i volti sono sovrapposti l’uno all’altro. Il tema del doppio è molto frequente nella poetica chagalliana ed esprime l’idea di piena fusione della coppia. Anche la finestra è un soggetto ripreso con frequenza. La finestra è chiusa e con questo il pittore intende esprimere la pienezza dell’equilibrio raggiunto nel proprio mondo interiore, quello che sta al di qua della linea di passaggio rappresentata dall’infisso. Il paesaggio esterno, che rivela una natura amica e rigogliosa, può quindi essere oggetto di ammirazione.  Sul davanzale sono poggiati alcuni oggetti che rappresentano l’intimità domestica. La tendina rivoltata, scomposta ma al contempo elegante, sembra sussurrare verso l’esterno questa intimità che con garbo e meraviglia si apre al mondo. Una scena nella quale  l’artista sembra invitarci ad esplorare il proprio sentire interiore.   

Marc Chagall, Sulla città, 19141918, Galleria Statale Tret’jakov di Mosca © The State Tretyakov Gallery, Moscow, Russia © Chagall ®, by SIAE 2018

 

“Sulla città” è una delle opere più conosciute di Chagall e di soli pochi anni posteriore alla precedente, nella quale vediamo letteralmente in volo l’artista stesso e la giovane moglie Bella. Sotto il cielo gravido di neve viene rappresentato il villaggio di Vitebsk del quale l’artista era originario. Nel 1918 Chagall aveva già maturato un’esperienza parigina dove nella comunità di Montparnasse aveva potuto conoscere Apollinaire e  pittori quali  Delaunay e Léger.  Chagall incontra quindi le avanguardie, ma seppure si possa cogliere qualche accenno di scomposizione cubista, ad esempio nella camicia verde del pittore, resta prevalente nel dipinto la libertà espressiva di Chagall che è al contempo poetica, fiabesca, infantile e naif. Le parole dell’autore sono a tal proposito rivelatrici:  



Forse vi chiederete perché ho dipinto capre e pesci che volano, violinisti con la faccia verde appollaiati sui tetti, case che galleggiano nel cielo a testa in giù, innamorati che volano sopra la città… Ho dipinto il mio mondo, la mia vita, quello che ho visto e quello che ho sognato: ho dipinto la mia Russia, la mia Vitebsk dove sono nato, il quartiere degli ebrei poveri dove sono cresciuto, così come lo vedevo quando ero ancora bambino, quando ancora mi chiamavo Moshe Sega (Marc Chagall).

 

Visione reale,  sogno e ricordo si compenetrano e si mescolano nel sentire dell’artista.  

La mostra è centrata sui primi decenni di attività di Chagall assolutamente fondamentali per comprendere l’ulteriore evoluzione dell’artista che vedrà una incredibile esplosione del colore nelle tele ed una libertà espressiva sempre più ampia fino a poter definire la sua come vera e propria arte totale.

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