L’artista Andrea Chisesi iconizza Fedez e Ferragni
9 Agosto 2018
LONDRA, NATIONAL PORTRAIT GALLERY – BP Portrait Award
27 Agosto 2018

Banksy è probabilmente l’artista di strada più celebre al mondo. Dopo ormai decenni  di attività sulle strade,  la sua identità è ancora sconosciuta anche se sono state fatte diverse ipotesi; qualcuno è certo che dietro lo pseudonimo si celi un grafico nato nel 1974, tal Robin Gunningham, altri ritengono che si nasconda addirittura un gruppo di sei creativi. Pare certo però che tutto abbia preso le mosse da Bristol dove negli anni ’90 si era sviluppata una scena di giovani artisti e musicisti tra i quali i più celebri risulteranno i Massive Attack. Da Bristol il brand Banksy, perché proprio di marchio possiamo parlare alla luce della grande affinità con le tecniche e le strategie della pubblicità e del marketing utilizzate per proporre le proprie opere, si è quindi propagato inarrestabile in tutto il mondo.

La Laz Inc Gallery di Londra celebra il genio di Banksy, perché inutile girarci intorno la capacità comunicativa di questo artista è fuori dal comune,  attraverso una retrospettiva di opere realizzate tra il 2002 e il 2008, un’occasione davvero ghiotta per avere un’anteprima della mostra che approderà, seppure secondo un format diverso, anche in Italia e precisamente al MUDEC di Milano da novembre 2018.



Vedere una mostra di Banksy è di per sé già una contraddizione. L’artista fonda infatti la propria etica contestando il sistema galleristico e museale in un contesto più ampio di attacco frontale al sistema capitalistico avanzato, quello della globalizzazione estrema delle icone e dei brand, della omogeneizzazione dei simboli che omologano le diversità (tutti siamo più uguali dentro un centro commerciale, il negozio di una catena o portando il carrello della spesa).  Ma anche se lo stencil è la tecnica prediletta da Bansky, tecnica che permette di realizzare le opere sui muri delle strade in pochi minuti attraverso una mascherina accuratamente preparata in precedenza, non mancano vere e proprie tele ad olio, serigrafie, sculture, oggetti che vanno a formare il nucleo delle mostre che, seppur non autorizzate, fioccano qua e là nel pianeta.

Quella di Banksy è anzitutto una critica alla società capitalistica che prende le mosse da fatti di cronaca o rielaborando i suoi stessi simboli. La grande forza dell’artista, che è poi la forza della migliore arte di strada, è quella di comunicare chiaramente e rapidamente. Un’opera murale si confronta con una platea distratta, autisti in automobile, viaggiatori sugli autobus, ciclisti e motociclisti che sfrecciano, pedoni che attraversano la strada, fanno shopping, vanno al lavoro e possiamo anche aggiungere, e vale purtroppo in tutti i casi menzionati, con un occhio vigile sulle notifiche dello smartphone. Con una stilizzazione semplice ed efficace, accompagnata spesso da slogan concisi, Banksy riesce, come nella migliore cartellonistica pubblicitaria, a catturare l’attenzione e far arrivare il messaggio che è poi il senso dell’opera in sé più che la resa tecnica ed estetica. L’artista è per certi versi un Magritte contemporaneo. Con il grande pittore surrealista belga, Banksy condivide il piacere dell’assurdo e del paradosso. Partendo da simboli universali e quindi ben consolidati nel nostro immaginario (il logo di Mc Donald è ormai un universale che ci dispiaccia o meno), crea cortocircuiti emozionali e semantici. Il risultato è soprattutto quello di una rivelazione; spesso ad essere disvelato è il lato oscuro del mercato, del sistema e dei riti del consumo. Come Magritte, Bansky è un artista che fa soprattutto pensare  da una prospettiva differente, spesso con un tonfo al cuore,  quel che appartiene al nostro orizzonte percettivo quotidiano e dal quale siamo bombardati da ogni schermo. Per contro il territorio di lotta sul quale opera l’artista è il muro, anch’esso un grande schermo, se si vuole, seppure senza zapping ma con qualcuno sempre pronto, non a cambiare canale, ma a cancellare o sovrascrivere.    



Tra le opere presentate a Londra vi sono alcuni oli su tela che riprendono quadri celeberrimi della pittura ove Bansky irrompe con il consueto sarcasmo: i girasoli di un giallo abbacinante di Van Gogh sono appassiti; nello stagno placido e incontaminato delle ninfee di Monet galleggiano carrelli della spesa; la Venere di Velazquez riflessa allo specchio, simbolo di bellezza divina, mostra cerotti sul viso (forse un’operazione di lifting o chirurgia estetica?). L’artista ha fatto apparire in passato, dal nulla, questo tipo di  opere su tela all’interno di musei e gallerie, un modo irriverente per attaccare la ritualità, spesso acritica, della visita alle grandi pinacoteche.

Bansky si concentra anche su simbologie religiose: da un Dio spirituale protagonista di secoli della pittura, si passa al Dio del mercato.  Qui le immagini si fanno davvero forti: da un Cristo in Croce che regge i sacchetti dello shopping alle pie donne che piangono disperate, non il Cristo stesso in croce, ma la fine delle vendite promozionali. Toccante è l’immagine di un angelo, un vero e proprio angelo caduto, seduto a terra tra droga ed alcool, disperato e a capo chino come un qualunque emarginato di questa terra.  



La civiltà mediatica contemporanea è soprattutto messa in scena, occhio che tutto vede e spettacolarizza dando in pasto anche le situazioni più macabre ad un audience sempre più vojeristica e desiderosa di emozioni forti. Una regista, il copione in mano, ferma gli addetti della Croce Rossa che vorrebbero soccorrere una bimba sanguinante tra le macerie. “Alt, stiamo registrando!” sembra dire ai soccorritori, mentre due cameraman immortalano la scena con la piccola disperata ed il suo orsacchiotto in mano che rimbalzerà sugli schermi in giro per il mondo a caccia di like.   



Il carrello della spesa sembra aver assunto un ruolo totemico. Bansky lo inserisce spesso nelle sue opere come summa simbolica del processo consumistico: il carrello sembra riassumere tutta la piramide dei bisogni umani, da quelli primari come il sostentamento, che evidentemente oggigiorno passa dal fare la spesa, a quelli spirituali o meglio pseudo-spirituali. Il carrello della spesa è il totem della religione del mercato. Per questa sua forza e potenza quasi sovrannaturale impaurisce alcuni primitivi muniti di lance nella savana.   

 ​

Una mostra quindi piena di spunti, che permette di avere sotto tiro un gran numero di opere altrimenti da scovare singolarmente in giro per le città, sempre ammesso che non siano state nel frattempo cancellate. Da questo punto di vista, la visita  è l’occasione per una riflessione sull’arte di strada, la sua vivacità, la sua capacità critica, la sua inventiva che nasce dalla contingenza di farsi spazio nel caos metropolitano e muoversi come voce fuori dagli schemi.  

Certo resta un dubbio in tutto questo proliferare di mostre dedicate a Banksy che si fondano su multipli spesso firmati dall’artista stesso: volontà di conservare e rendere imperituro quanto viene spazzato via dal muro o anche di agevolare il business intorno al proprio brand? Va bene l’attacco frontale al sistema, ma ancora una volta è il sistema che riporta entro binari istituzionali la voce contro, esibita in grande spolvero e quindi, giocoforza, edulcorata, resa inoffensiva e senza più alcuna carica sovversiva.



Comments are closed.