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La mostra l’ultimo Caravaggio è direttamente collegata a quella, splendida, tutt’ora in corso a Palazzo Reale di Milano (qui la recensione) e dedicata interamente al pittore lombardo. Il punto di congiunzione tra le due è la Sant’Orsola, opera proveniente da Napoli e spostata dalla prima alla seconda esposizione in corso alle Gallerie d’Italia di piazza della Scala, della quale ci occuperemo in questo articolo.

Il martirio di Sant’Orsola, realizzato dal Caravaggio in fuga prima della sua morte, è l’unica sua opera esposta e, come ci dice il sottotitolo della mostra, la stessa si sviluppa analizzando l’attività di alcuni eredi del Merisi ed altri nuovi maestri.

I curatori stringono il cono temporale su pochi decenni racchiusi tra il 1610 e il 1640. In estrema sintesi riepiloghiamo quel che accade, a livello pittorico, in quegli anni nella nostra penisola e cosa, di questo periodo di grande fermento artistico,  mette a fuoco la mostra. Caravaggio nasce probabilmente proprio a Milano ma la traccia del suo operato giovanile è pressoché assente in Lombardia. E’ invece a Roma, a Napoli, in Sicilia ed in generale nel centro sud che il pittore lascia tracce indelebili. Il suo passaggio è davvero un ciclone tanto forte è la carica innovativa e di rottura della sua pittura fondata sul realismo drammatizzato dal chiaroscuro.

Michelangelo Merisi da Caravaggio Martirio di sant’Orsola 1610 olio su tela Palazzo Zevallos, Napoli

 

La Sant’Orsola è un esempio mirabile dell’ultima estrema fase del Merisi. La Santa è immortalata nel momento del martirio, è appena stata colpita da una freccia, l’uomo di fronte a lei tiene ancora l’arco teso in mano. Il dardo è appena accennato da una velatura ed un debole schizzo di sangue fuoriesce dal petto della donna. Come è lontana la spettacolare teatralità della Giuditta e Oloferne di Palazzo Barberini , opera ora in mostra a Palazzo Reale, con schizzi violentissimi di sangue che si spargono sulla scena. Caravaggio qui è invece molto più intimo, il sacrificio della Santa si compie in un silenzio ovattato e riflessivo. Lei china il capo dignitosamente rassegnata e tiene le mani sulla ferita, l’uomo alle sue spalle, riconosciuto come autoritratto dello stesso pittore, alza invece il capo e scruta davanti a lui; il futuro, ineluttabile, è segnato dalla condanna a morte che pesa nella vita reale sulle sue spalle; il prossimo, designato, sarà lui. I colori lividi, stesi con rapidità, della Santa e dell’autoritratto, sono un brano magnifico dell’intera storia della pittura, ripresi dai grigi metallici dell’armatura del soldato che li affianca. Si tratta di un capolavoro.

Da questo dipinto si dipana la mostra partendo da due interpretazioni dello stesso motivo della Sant’Orsola realizzate da Procaccini e Strozzi, artisti attivi tra la Liguria e la Lombardia, rivelando così una traiettoria importante della pittura italiana. E’ infatti proprio sull’asse Genova-Milano, in totale autonomia rispetto al ciclone Caravaggio che si abbatté nel centro-sud d’Italia, che l’attività  di Procaccini e Strozzi si leva alta grazie anche al dialogo con l’immenso Rubens ed in misura minore con l’altro grandissimo suo allievo, Van Dyck entrambi attivi a Genova.

Giulio Cesare Procaccini Ultima Cena 1618 olio su tela Basilica della Santissima Annunziata del Vastato a Genova




Il dipinto chiave e più sorprendente dell’intera mostra è la monumentale Ultima Cena del Procaccini, opera di quasi quaranta metri quadrati. E’ un’occasione unica, quella alle Gallerie d’Italia,  per ammirare l’opera ad altezza d’uomo visto che la sua collocazione solita è posta a diversi metri d’altezza all’interno della Basilica della Santissima Annunziata del Vastato a Genova. Il dipinto è stato restaurato e, senza entrare nei dettagli dell’intervento  stesso, molto complesso e ben illustrato in un video proposto nel percorso espositivo, ci ha restituito la sua magnificenza coloristica.

Giulio Cesare Procaccini Ultima Cena 1618 olio su tela Basilica della Santissima Annunziata del Vastato a Genova – Dettaglio

L’Ultima Cena è stata pensata originariamente per un refettorio (come, ad esempio, lo stesso  Cenacolo vinciano) e poi è stata spostata all’interno della Basilica genovese. La parte superiore ad arco, con la vista di un lampadario e del soffitto, è stata aggiunta a posteriori proprio per rendere più plausibile la visione dal basso all’interno della chiesa.

Bernardo Strozzi Salomè con la testa di Giovanni Battista

 

Bernardo Strozzi, presente con diverse opere, colpisce per la grande maestria impressionistica del pennello. Alcuni dettagli , come l’abito della fantesca della Salomè sono davvero sorprendenti. Bernardo Strozzi, possiamo azzardare, è una sorta di Frans Hals italiano. E’ interessante come in scuole tanto lontane e per nulla collegate, sia emersa nel tempo quell’esigenza di libertà fatta di pennellate larghe e rapide, che rappresentano, a mio parere, uno degli aspetti più affascinanti della pittura  soprattutto da ammirare dal vivo.

Jusepe de Ribera, lo Spagnoletto – Sant’Andrea 1616-1618 Olio su tela, Napoli Monumento Nazionale dei Girolamini



 

Una sezione del percorso è dedicata a Napoli e quindi ai caravaggeschi propriamente detti, tra i quali spicca, ancora una volta, il De Ribera, detto lo Spagnoletto, le cui figure  sono un fascio di nervi, muscoli e tendini esasperando le invenzioni del Caravaggio, compreso il realismo delle unghie sporche. A tal proposito rimando a quanto scritto a proposito della mostra Dentro Caravaggio (qui).

Ricordiamo che la visita all’esposizione “l’ultimo Caravaggio, eredi e nuovi maestri” comprende anche le collezioni permanenti delle Gallerie d’Italia con una sorprendente e vastissima selezione di opere tra ottocento e novecento che includono capolavori di Canova e Boccioni.

 

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