MOSTRA RAFFAELLO E L’ECO DEL MITO – RECENSIONE

Rembrandt. Il pittore nello studio
15 Gennaio 2018
MOSTRA POST ZANG TUMB TUUUM. ART LIFE POLITICS: ITALIA 1918-1943 – RECENSIONE
25 Febbraio 2018

Bergamo, GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea.

Fino al 6 maggio 2018.

La mostra Raffaello e l’eco del mito anticipa le celebrazioni che avranno luogo nel 2020 per  i 500 anni dalla morte del pittore urbinate. A cinque secoli dalla scomparsa, la fama del maestro, già glorificato in vita, non accenna a scemare e con questa bella mostra,  ospitata alla GAMeC di Bergamo e progettata dalla Fondazione Accademia Carrara, si vuole in particolare indagare la fase giovanile dell’artista per poi riflettere su come il mito nato intorno a questa figura definita “divina” sia riecheggiato nel tempo sino ai giorni nostri.  Lo splendido allestimento, curato da De8 Architetti e Tobia Scarpa, presenta una sessantina di opere e si sviluppa intorno al San Sebastiano uno dei massimi capolavori del primo periodo e proveniente dalla Carrara di Bergamo. Detto quindi che ci troviamo di fronte ad uno dei massimi pittori di sempre, se non forse alla più alta espressione di perfetto equilibrio e di armonia raggiunti da mano umana, la domanda di fondo che sorge spontanea è quale ambiente, quale contesto culturale e intellettuale, abbia potuto stimolare il giovane Raffaello fino a portarlo alle vette della maturità.

La mostra ci conduce proprio alla scoperta di questo mondo raffinato e subito ci accorgiamo dell’eccezionale privilegio che ebbe il ragazzo nel muoversi tra la bottega del padre, Giovanni Santi anch’esso pittore ed intellettuale, ed il Palazzo Ducale di  Urbino dove il giovane artista poté accedere alle opere di artisti del livello di Piero della Francesca, Antonio del Pollaiolo e Melozzo da Forli.

Perugino “Madonna col bambino in trono tra  i santi Giovanni Evangelista e Agostino” (1494)



Un primo dipinto che segnaliamo è la concitata  crocifissione del Signorelli proveniente da Urbino alla quale Raffaello probabilmente guardò per la propria successiva interpretazione del tema. Se i dipinti del padre Giovanni Santi non convincono pienamente, la figura che giganteggia nel percorso espositivo bergamasco è senza dubbio il Perugino figura decisiva per Raffaello sul piano stilistico. La Madonna col bambino in trono tra  i santi Giovanni Evangelista e Agostino (1494) proveniente da Cremona è un capolavoro assoluto, in splendide condizioni dopo il restauro del 1999. Lo schema compositivo è semplice e di grande effetto, costruito attraverso simmetrie; sotto un portico con archi, la Madre col Bambino è seduta in trono, i due santi sono posti in piedi ai due lati, dietro di lei si apre uno spazio neutro.  Le figure sono plasticamente definite dalla luce che si integra con la composizione armonica, i volti dei tre adulti sono rivolti verso destra mentre un moto contrario verso sinistra parte da Agostino che indica il bambino il quale si volge verso l’Evangelista assorto. Siamo al cospetto di una costruzione perfetta dove Perugino, che accolse nella sua bottega il giovanissimo Raffaello, pesa ogni dettaglio. Se guardiamo ad esempio ai piedi di appoggio ed alla posizione delle mani dei due Santi ci accorgiamo come tutto sia perfettamente simmetrico e bilanciato. Raffaello si nutrì evidentemente di questa ricerca della grazia e del ritmo compositivo.

Notevole anche la Madonna della pace  (1490 circa) del Pintoricchio proveniente da San Severino Marche.  Le figure aggraziate con ampia profusione di motivi dorati, tra i quali il bimbo in  veste di Redentore, sono immerse in un movimentato paesaggio. Il Pintoricchio, al quale Raffaello certamente guardò e che accanto al Perugino era il maggiore maestro umbro del secondo quattrocento, si muove con perizia tra echi toscani e dettagli fiamminghi.

Tra le opere autografe giovanili di Raffaello presentate in mostra spiccano la celebre tavola San Michele e il drago (1505 circa) proveniente dal Louvre e la ricomposizione di parte della predella della Pala Colonna con tre frammenti: l’Orazione nell’orto  (New York, Metropilitan Museum of Art), la Pietà  (Boston, Isabella Steward Gardner Museum) e l’Andata al Calvario (Londra, National Gallery).  

Attraverso questi piccoli dipinti scorgiamo nelle posture dei personaggi e nella composizione dei gruppi la ricerca di un ritmo, di una cadenza gentile, di quell’equilibrio superiore e perfettamente controllato che rappresenterà la cifra stilistica della maturità di Raffaello.

La sala senza dubbio più significativa della mostra è quella dedicata al San Sebastiano. Il dipinto autografo di Raffaello proveniente dalla Carrara viene messo in relazione sia con altre interpretazioni del tema, tra i più amati dai pittori,  sia con esempi di ritrattistica  inserita in un contesto paesaggistico.

Raffaello “San Sebastiano “ 1501-1502 olio su tavola, Accademia Carrara, Bergamo



Partiamo dal San Sebastiano, un capolavoro assoluto dove resta forte l’influsso del Perugino per quanto concerne la fisionomia  del volto ma dove Raffaello inserisce un sereno  e curato paesaggio che sfuma all’orizzonte con richiami leonardeschi.  Il Santo dal volto aggraziato e dai capelli fluenti, tiene la freccia  tra le dita come fosse una penna. L’allusione al martirio viene quindi sublimata in un’immagine di grande dolcezza solo velata di leggera malinconia. La composizione è rigorosissima, il volto leggermente piegato a destra a bilanciare la freccia, la linea del paesaggio incurvata verso l’alto si oppone alla linea delle spalle, l’ovale del viso viene richiamato sia dall’aureola (ritrovata in un restauro), sia dalla collana che il pennello di Raffaello  intreccia virtuosisticamente. Ugualmente ricercati sono i rapporti cromatici con il mantello che richiama le labbra ed il rossore delle gote.    

Perugino, Maria Maddalena 1500 circa Galleria Palatina, Firenze

Accanto a questo dipinto troviamo due celebri opere del  Perugino, il San Sebastiano e Maria Maddalena. Quello che subito emerge, a differenza di Raffaello,  è che in questi due dipinti il Perugino inserisce dietro ai due personaggi uno sfondo neutro esaltando di conseguenza le figure stesse. Nel San Sebastiano il corpo nudo del giovane e robusto soldato romano che richiama la statuaria classica è il protagonista assoluto occupando quasi l’intera superficie della tela. Il Santo volge lo sguardo languido e velatamente malinconico al cielo cercando conforto. Sollevando il capo, il santo mette in evidenza il collo nel quale si conficca una freccia sulla quale leggiamo “perus (pietrus) perusinus pinxit”.  E’ un dipinto idealizzante dove la ricerca formale dell’equilibrio predomina sul tema cruento del martirio. Maria Maddalena è un altro capolavoro proveniente da Palazzo Pitti  dove si riconoscono i tratti della moglie dell’artista, Chiara Fancelli presente in diverse opere del Perugino così come del suo allievo Raffaello.  La Maddalena emerge da un fondo scuro e tiene le mani su un parapetto secondo la lezione fiamminga ed infatti sempre nella stessa stanza è esposto un altro dipinto di eccezionale qualità, opera di Hans Memling. Si tratta di un Ritratto d’uomo colto di tre quarti ed inserito in un paesaggio estremamente moderno. Anche questo giovane tiene la mano su un davanzale, espediente per renderci più partecipi all’opera, un’illusione che aiuta a spezzare quella linea di demarcazione tra la finzione pittorica costruita sulla superficie della tela ed il nostro mondo di spettatori posto al di qua del dipinto. La ricca stanza contiene anche due opere di artisti milanesi, Marco d’Oggiono e Boltraffio che affrontano il tema del San Sebastiano. Quello che colpisce immediatamente è la stilizzazione dei volti tipicamente leonardeschi.  Troviamo quindi nella stessa sala della mostra due modelli  per i volti tra i più diffusi dell’epoca, quello peruginesco ripreso da Raffaello e quello di Leonardo raccolto da una schiera di pittori lombardi travolti dal passaggio milanese del genio di Vinci.

La mostra oltre ad approfondire la fase formativa e giovanile di Raffaello vuole indagare anche il mito che si è propagato a partire dalla breve vita dell’artista. Il dipinto intorno al quale parte la riflessione è la celeberrima Fornarina in prestito da Palazzo Barberini di Roma. Il ritratto ci presenta una giovane ed attraente donna riconosciuta come l’amante di Raffaello. Intorno a questa grande passione tra l’artista famosissimo e celebrato già in vita e la bella figlia di un fornaio trasteverino si sono ricamate leggende. Lo stesso Vasari tramanda che Raffaello sarebbe morto per eccessi amorosi. In una carrellata di opere accademiche ottocentesche presentate in mostra vediamo il pittore e la sua amante ritratti insieme, fantasie create da artisti mediamente di basso valore, cresciuti nel mito del pittore divino preso a modello nelle scuole d’arte. In una di queste opere vediamo la coppia e sullo sfondo il celebre Trionfo di Galatea; si dice che Raffaello fosse così coinvolto dalla relazione con la ragazza da non riuscire a portare a termine i lavori alla Farnesina lontano dalla sua amata alla quale venne pertanto permesso di accedere al cantiere.

Raffaello, la Fornarina 1518 c, olio su tavola Galleria Nazionale d’Arte Antica, Roma

Da segnalare sempre in questa sezione della mostra anche una copia di buon valore della Madonna della Seggiola opera di un artista squisito come Raphael Mengs ed una bella prova pittorica di Felice Schiavoni, Raffaello che dipinge la Fornarina. Il ritratto della Fornarina di Raffaello resta un’opera di assoluto livello, che nel percorso alla GAMeC di Bergamo possiamo godere con le migliori condizioni di illuminazione rispetto alla consueta collocazione romana. Possiamo apprezzare meglio ad esempio l’intricato fondo con cespugli di mirto. La Fornarina è oggetto di discussioni sia per il possibile intervento della bottega (forse Giulio Romano?) sia per la ragazza ritratta che è stata spesso ricondotta alla medesima modella della Velata, della Madonna Sistina e di altre opere tarde. Certo il dipinto, completato poco prima della morte, è stato pensato da Raffaello per una collocazione privata e pare a tutti gli effetti un inno alla passione amorosa. Se osserviamo la posizione della mani e quello calcolatissimo delle dita, lo sguardo malizioso che sfugge ai nostri occhi ma cerca una complicità al nostro fianco, il velo che copre e scopre, se pensiamo al valore simbolico del mirto che richiama  Venere, tutto questo concorre a concepire questo quadro come  un sentito atto d’amore.  

La sezione finale del percorso è dedicata all’eco di Raffaello nella contemporaneità. Qui a mio parere sorge il problema del rapporto dell’arte del nostro tempo quando si confronta con i grandi classici. Il contemporaneo non sembra riuscire a trovare un dialogo con l’antico come se gli strumenti tecnici e culturali non fossero all’altezza della sfida e, bisogna constatarlo, di artisti come Bacon capaci di stravolgere e reinventare un Velazquez ne nascono uno ogni mezzo secolo, forse. Il conto alla rovescia in attesa delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Raffaello parte quindi nel migliore dei modi con una mostra molto ben curata che soddisfa criteri scientifici e propone opere di altissima qualità.

Agli appassionati che avranno occasione di visitarla segnaliamo la collezione permanente della stessa GAMeC  (attenzione però alla chiusura  dalle 13 alle 15 mentre il percorso dedicato a Raffaello ha orario continuato) e naturalmente consigliamo calorosamente una visita all’Accademia Carrara, splendida pinacoteca che si trova a poche decine di metri. SigMQ

Foto di 1000quadri

 

​ 



Comments are closed.