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MILANO, FABBRICA DEL VAPORE

FINO AL 4 APRILE

Fa una certa impressione, per chi come me  è cresciuto con i miti del rock anni ’60 e ’70, realizzare che è passato mezzo secolo da quel periodo d’oro della musica giovanile inserito in un contesto sociale e politico di eccezionale fermento.  E’ tempo di storicizzare, guardare a quel passato ormai lontano con occhio critico. Alcuni dei protagonisti dell’epoca ancora calcano le scene, mi riferisco a band come i Rolling Stones, ma già da diversi anni, accanto agli originali,  circolano tribute band in grado di riproporre gli show di 40 o 50 anni fa con precisione minuziosa riutilizzando i medesimi strumenti se non addirittura gli stessi abiti di scena. Si tratta di un passato trasformato in “classico” da offrire alle nuove generazioni come documento vivo di un’epoca.



La mostra  in realtà va oltre il filo conduttore della musica pop e rock e spazia dalla moda al cinema, dalla fotografia alla pubblicità, dalla politica al design industriale offrendo ai visitatori elementi soprattutto visivi tra copertine di dischi, locandine, abiti e oggettistica.

Ne esce complessivamente un immaginario intriso di elementi pop e psichedelici, colori sgargianti, incontri tra occidente e oriente, citazioni dell’arte e della pittura occidentale , profusione di icone della tradizione vedica e buddista, forme flessuose che riprendono i motivi dell’art noveau alla Mucha ma rese più acide dalle scorribande lisergiche. I centri di questa produzione sono soprattutto la swinging London della moda e dei locali come l’Ufo Club e la California tra comuni hippie e i primi passi della Silicon Valley.



La controcultura che attacca la tradizione e la ritualità borghese, agisce visivamente soprattutto attraverso forme di contaminazione, i geni di Goya e Delacroix, per fare degli esempi,  vengono rimescolati e gettati nell’avanguardia. Lo spirito di rottura si realizza soprattutto come remix.

Soprattutto sembra di cogliere come in quegli anni siano state gettate le basi dell’attuale società fluida. Dalla distruzione dell’ordine e delle ritualità borghesi all’apertura verso la contaminazione di culture sul piano etnico e religioso, vera  globalizzazione di simboli e smarrimento di certezze ed identità.     

Citazione di “Saturno che divora i suoi figli” di Francisco Goya

Da questo punto di vista è davvero paradigmatica l’opera Grain of Sand (1963-1965) di Mati Klarwein,pittore amato da Andy Warhol,  che ci accoglie all’inizio della mostra.

Si tratta di un mandala circolare composto da quattro parti e predisposto per essere trasportato ed essere utilizzato come decoro di un santuario portatile, opera perfetta per un nomadismo religioso sincretico dove tutto può essere inglobato. Mati Klarvein così descrive il suo dipinto “sorta di commedia musical dipinta con un cast di migliaia di persone fra cui Marilyn MonroeAnita EkbergRay CharlesPablo PicassoBrigitte BardotRoland KirkCannonball AdderleyAhmed Abdul-MalikWonder Woman, l’Orfanella in un cimitero di DelacroixLitri e i suoi toreador di merda, Lawrence d’ArabiaSocrateDalíRāmaVishnuGanesha, lo Zork e una Via Lattea di amichetti.”

Grain of Sand (1963-1965) di Mati Klarwein

Gli spunti che offre il ricco percorso espositivo sono infiniti tra rivendicazioni femministe e orgoglio gay, lotte razziali e guerra in Vietnam, la liberalizzazione sessuale, la pubblicità sempre più invasiva, il design industriale che entra se non nelle nostre case almeno nei film che plasmano il nostro immaginario (non poteva mancare a tal proposito Blow Up di Antonioni) , la sensibilità ambientalista che si fa strada verso una riscoperta della terra.

E poi ancora i libri dei poeti della beat generation e, naturalmente, fiumi di droghe allucinogene che promettendo di aprire  la mente verso una nuova  consapevolezza hanno anche impedito a molti dei protagonisti di quell’epoca di essere qui a rileggere la storia.



Tra i pezzi forti musicali segnaliamo la batteria con doppia cassa del compianto Keith Moon ed una Les Paul sfasciata da Pete Townsend. 

Un set di Abbey Road è allestito fuori dalla mostra, occasione  per essere immortalati come novelli Beatles che attraversano le più famose strisce pedonali di sempre. E mi raccomando se volete fare la parte di Paul (o del suo spirito) , dovete stare scalzi con la gamba destra avanti!

Batteria di Keith Moon degli Who

 

Milano, FABBRICA DE VAPORE

Via Giulio Cesare Procaccini, 4, 20154 Milano MI

Fino al 4 aprile

Foto di 1000quadri



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