MOSTRA POST ZANG TUMB TUUUM. ART LIFE POLITICS: ITALIA 1918-1943 – RECENSIONE

MOSTRA RAFFAELLO E L’ECO DEL MITO – RECENSIONE
18 Febbraio 2018
MOSTRE IN EMILIA ROMAGNA – MARZO 2018
2 Marzo 2018

MILANO, FONDAZIONE PRADA

18 FEBBRAIO 2018 – 25 GIUGNO 2018

Diciamo subito una cosa, Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918–1943 è una mostra davvero colossale. E’ vero, sa tanto di marketing parlare del numero di opere esposte, manco si parlasse di un tour di una rockstar che vanta 32 camion al seguito e 20 tonnellate di amplificatori, ma oltre 600 opere tra dipinti, sculture, disegni, oggetti d’arredo ecc. sono un numero che si traducono in concreto per il visitatore in un percorso espositivo di una ricchezza e di una vastità sorprendenti.


Si tratta quindi di una mostra da visitare possibilmente preparati e senza fretta. Il percorso è distribuito in cinque  grandi padiglioni; consigliamo di dosare la visita, fare qualche sosta,  tutto questo per evitare di arrivare alla fine col fiatone e assuefatti.

Può essere utile prendere la guida cartacea gratuita distribuita immediatamente dietro la biglietteria ed all’inizio del primo blocco. Ma attenzione, anche questa guida va un attimo studiata per comprendere la logica espositiva che esce dai canoni consueti.

La parola chiave della mostra è contestualizzazione. Tutte le opere, riferite al periodo storico che va dal 1918 al 1943 sono riportate ai contesti espositivi originari, siano le grandi mostre organizzate dal regime, le gallerie, le collezioni, le abitazioni o gli studi privati. Attraverso rendering fotografici possiamo rivivere , ad esempio, intere  pareti delle principali esposizioni d’arte che hanno segnato quegli anni sia in Italia sia all’estero. Laddove è stato possibile i dipinti e le sculture reali sono state inserite nella disposizione originale. Accanto a queste ricostruzioni,  documenti fotografici, bozzetti e plastici, arricchiscono ulteriormente la comprensione del contesto.

Solo in questo modo secondo il curatore Germano Celant si può riattivare quella rete di associazioni che riporta l’esito artistico alla sua dimensione originale cosa che viene invece neutralizzata nei consueti allestimenti. Ci troviamo di fronte a due approcci antitetici. Da una parte il tentativo, come in questa mostra, di far rivivere il contesto grazie al quale l’opera è stata possibile. Dall’altra, come nella maggior parte delle esposizioni, il singolo dipinto o opera che sia,  vengono messi al centro della scena come prim’attori sui quali si puntano i fari. L’arte contestualizzata e l’arte che si dà da sé, questi i due approcci sui quale riflettere.

Nel percorso della Fondazione Prada,  sala dopo sala dobbiamo fare lo sforzo di immaginare di entrare e poi uscire via via dallo studio degli artisti, da una sala espositiva di una Biennale di Venezia o di Roma, da una residenza di un collezionista, da una esposizione internazionale di arti decorative. E’ un percorso cronologico che ci mostra sotto diversi punti di vista l’arte, la politica, la vita negli anni tra le due guerre in Italia.

Il rapporto degli artisti con  il potere è un tema costante. Oltre le ritualità di facciata, la maggior parte di  pittori, scultori, architetti, sembrano, più che asserviti al partito fascista, capaci di adattarsi e mantenere viva la propria identità, il proprio percorso di ricerca spesso in contatto con le avanguardie internazionali.  Oltre i condizionamenti del potere politico, oltre le parate, la propaganda quello che emerge in definitiva è quanto Pasolini già nei primi anni ’70 aveva chiaramente individuato. Il regime fascista non aveva scalfito nel profondo, antropologicamente, un popolo e nemmeno possiamo dire i suoi artisti, senza dimenticare quelli che esprimevano apertamente una linea di dissenso ai quali è dedicato il giusto spazio in mostra.

La progettazione architettonica ha uno spazio notevole nel percorso della Fondazione Prada. Qui svettano figure come quelle di Terragni, Portaluppi, Muzio, Ponti ed altri, personalità poliedriche capaci di progettare edifici monumentali ma anche ambienti ed arredi, in dialogo stretto con pittori quali Sironi e Campigli. Dello stile cosiddetto littorio, filiazione del razionalismo internazionale, smussati i contorni più enfatici e monumentali, restano piccoli gioielli come colonie e dopolavori disseminati nella Penisola. Anche qui il pensiero corre a Pasolini, antifascista per una vita, che nella memorabile intervista a Sabaudia guardando all’urbanistica della città littoria constatava in fondo la sua eleganza contro le mostruosità della speculazione edilizia sorte incontrollate negli anni ’50 e ’60.

Felice Casorati Silvana Cenni  1922, tempera on canvas, 205 x 105 cm



Nella vastità delle opere presentate nel percorso espositivo, come nostra abitudine, ci soffermiamo come mero spunto  su alcuni dipinti e sculture. Mai come in questo caso, in contrasto con lo spirito della mostra, si tratta solo di un puro supporto visivo.

Di Casorati sono presenti un numero altissimo di dipinti ma anche sculture, che da sole potrebbero essere sufficienti per una monografica. Scegliamo forse l’opera più conosciuta del pittore attivo a Torino, Silvana Cenni del 1922 dove forte emerge l’influenza di Piero della Francesca.

Anche Mario Sironi è presente con un numero notevole di opere. Una delle sue più conosciute è senza dubbio l’Architetto dove possiamo ammirare quel tratto pesante ed arcaico che caratterizza la cifra stilistica del pittore. Una pennellata spessa, materica, faticosa, che permette all’artista di scolpire le sue opere.

Mario Sironi, l’Architetto  Mario Sironi, L’architetto, 1922-23 – Collezione privata

La tempesta (1938),è un capolavoro del pittore Fausto Pirandello (Roma 1899-1975)  ritrovato in una collezione privata dopo che se ne persero le tracce. L’opera fu esposta nel 1939 alla III Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma ed è paradigmatica della tecnica materica di Pirandello con una tavolozza limitata e centrata sulle terre. Il dipinto di grandi dimensioni, ci presenta alcune figure monumentali di spalle, alcune sono nude, altre sollevano i vestiti come per proteggersi, che fuggono sospinte dal vento e, come ci suggerisce il titolo, da una incombente tempesta. Solo un personaggio si volge verso lo spettatore con i capelli scompigliati . Una grande foglia ingiallita, spazzata dalle intemperie, stacca in modo netto da una veste violacea forse allusione ad un autunno della civiltà.  Difficile non ricondurre il dipinto alla difficile situazione internazionale ed alla guerra incombente.

Fausto Pirandello “La tempesta” 1938 olio su compensato, cm 150×225 Galleria Russo

Un’ultima osservazione a chiusura di questo sintetico resoconto. Il bookshop è davvero deludente e riflette probabilmente una precisa scelta della Fondazione. Un numero ristrettissimo di titoli in vendita tra i quali il catalogo ufficiale presentato all’esorbitante prezzo di € 110 scontato a € 90 in occasione della mostra. Una scelta elitaria e snobistica rivolta, per fare una battuta, a chi veste Prada non certo al grande pubblico. Poteva essere concepita forse, accanto all’edizione “de luxe”, anche una versione ridotta ma più accessibile nel prezzo. Inoltre nessun gadget, cartolina, magnete, tazza o altro oggetto riferito alla mostra e alle opere è in vendita; anche questa una scelta controcorrente, forse la volontà di non trasformare un luogo di cultura in un supermercato di oggetti di largo consumo.



Comments are closed.