Rembrandt. Il pittore nello studio

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Il pittore nello studio è un capolavoro giovanile di Rembrandt realizzato nel 1629, quindi all’età di ventitré anni.

L’artista mostra già un perfetto controllo della tecnica pittorica, sia nella cura miniaturistica di alcuni dettagli sia nella gestione della composizione sul piano prospettico e luministico, ma quello che sorprende è la qualità dell’invenzione. La grandezza di Rembrandt si fonda sull’integrazione perfetta di tecnica e fantasia creativa doti spesso al servizio – si pensi alla memorabile sequenza di ritratti ed autoritratti – di un profondo sentimento di compassione nei confronti delle vicende umane. Ma in questo specifico dipinto Rembrandt non mette  al centro la figura del pittore, con la sua storia e connotazione psicologica, quanto la pittura in sé. D’accordo con Simon Shama, autore di una poderosa analisi dell’opera rembrandtiana, ritengo che questo dipinto non debba essere considerato un autoritratto o un ritratto dell’allievo Gerrard Dou,come talora proposto, quanto piuttosto una allegoria della pittura.



Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, Il pittore nello studio, 1629 circa, olio su tavola, cm 25,1×31,9. Museum of Fine Arts di Boston

 

Il giovane Rembrandt riflette dunque sul senso dell’arte pittorica e mette in campo tutti i propri prodigiosi mezzi tecnici oltre a quell’inventiva originalissima alla quale accennavo. Al centro della scena, una stanza spoglia, sta il cavalletto che noi spettatori vediamo posteriormente. E’ un cavalletto imponente, colpito dalla luce proveniente da una  finestra posta sulla sinistra, che si staglia nello studio, quasi un monolite, un’entità astratta e forte carattere simbolico, che mette soggezione. Guardiamo a come questo cavalletto svetta sulla figura del pittore che appare minuto in secondo piano ed in ombra; quasi un Davide contro Golia. Il pittore, i ferri del mestiere in mano, deve misurarsi con un impresa ardua. Sta davanti alla grande tela, non sappiamo se ancora grezza o se già dipinta, davanti alla sfida, così come percepita nel diciassettesimo secolo, di creare l’illusione pittorica ovvero di trasferire i dati dello spazio reale tridimensionale entro una superficie bidimensionale, di creare quel parallelepipedo palpitante che prende forma e vita sul quadro. L’uomo in piedi nella stanza non ha connotazione psicologica, se indaghiamo nel dettaglio il viso ci accorgiamo che Rembrandt realizza una maschera vaga, indefinita, sia nei tratti fisiognomici sia nell’espressione. Gli occhi sono due semplici punti. Sappiamo con quale capacità, forse insuperata, Rembrandt riuscisse anche con pochi tocchi di pennello a dare espressione e caratterizzazione alle figure umane nelle sue opere, anche quelle in secondo piano. Quel pittore è volutamente indeterminato, non è né un autoritrattoin senso stretto, senza escludere che possa avere preso spunto dalla propria silhouette, né il ritratto di un preciso allievo o di un modello, quanto la rappresentazione di un pittore generico. Ma il personaggio è ben vestito, elegante in quella stanza povera. Rembrandt, sempre attento ai costumi, alle pose, ai dettagli, afferma con questo la dignità del pittore e quindi dell’arte della pittura. Quell’uomo recita la parte di un personaggio di alto rango proprio in quanto è un pittore.  La stanza è scarna, ma l’artista cura ogni dettaglio: le tavole con le venature del legno che formano l pavimento, l’intonaco alle pareti attaccato dall’umidità e scrostato in diversi punti fino a mostrare i sottostanti mattoncini rossi, la porta serrata con il chiavistello e poi, alle spalle del pittore, gli oggetti con i quali l’arte prende vita, il mortaio di pietra per i pigmenti, i contenitori con i colori e i solventi, infine la tavolozza appesa alla parete. Tutto questo mondo, l’intero senso della pittura e della sua sfida verso il reale, sono racchiusi mirabilmente in un dipinto che misura solo 25,1×31,9 cm.



Il fine gioco delle luci e delle ombre, cifra stilistica dell’intera produzione rembrandtiana, in questa opera ci fa solo immaginare quello che sarà il risultato artistico del pittore. La tela, colpita dalla luce, è nascosta al nostro sguardo. Tutto è immerso nell’ombra a parte il pavimento ed una porzione di parete. Quel che è essenziale lo possiamo solo intravedere o non lo possiamo raggiungere. Rembrandt vuole indurci, con questo sforzo immaginativo, a pensare alla pittura come ad un’arte della finzione. Tutto è verosimile in quella stanza perfettamente dipinta, ma tutto è illusione. Il quadro fuori dalla nostra vista oltre il cavalletto, in quel contesto così reale, ci dice che la pittura è ambigua, crea un mondo che esiste ma non esiste al contempo. Rembrandt ci invita e ci fa entrare nella stanza con lo sguardo, apparecchia tutto con cura e ad arte, ma poi sul più bello non ci mostra la sostanza, la superficie della tela, l’illusione dentro l’illusione, la messa in scena dentro la messa in scena.  Questo genera dubbi e ci fa riflettere: ecco il senso dell’allegoria! Rembrandt, come diversi tra i più grandi pittori, è un abile regista che sa costruire la scena e soprattutto proiettarci dentro. Come è stato sottolineato da Simon Shama, Rembrandt è miracoloso nel farci amare l’umanità che entra ed esce dalla scena della vita, immortalandola sulla tela. 

Seppur giovane ed all’inizio della parabola che lo porterà alla fama ed a grandi onori e poi anche alla disfatta ed all’emarginazione, il maestro olandese si mostra perfettamente consapevole della propria arte, del proprio ruolo, dei propri mezzi. (SigMQ)

 

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