Tintoretto Regista nel Ritrovamento del corpo di San Marco

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Il Ritrovamento del corpo di San Marco è una delle opere più conosciute del Tintoretto, analizzata a più riprese dai maggiori storici dell’arte. Alla luce delle mie continue visite alla Pinacoteca di Brera e dei sempre nuovi stimoli che la visione della tela mi suscita, ho deciso di raccogliere il punto di vista di alcuni storici. Il bilancio complessivo che se ne ricava alla lettura è estremamente articolato, affascinante ed estremamente utile per comprendere il dipinto; non c’è dubbio, siamo di fronte ad un’opera capitale.
Per la descrizione del quadro ci facciamo prendere per mano dalla lucida visione di Gombrich che coglie l’aspetto drammatico e commovente dell’opera di Tintoretto rilevando come la confusione sia solo apparente.
La scena si svolge in una sorta di scantinato; sulla sinistra ci appare una figura alta, imponente, massiccia che solleva il braccio come per fermare un evento che si svolge all’estremità opposta della tela, dove alcuni uomini hanno scoperchiato una tomba e stanno calando un corpo. Si sta quindi saccheggiando una catacomba. Il corpo di un morto in prospettiva ardita è steso su un tappeto ed un uomo sontuosamente vestito lo sta contemplando. Se osserviamo l’uomo aureolato sulla sinistra scopriamo che tiene un libro sotto il braccio, è San Marco e il pittore ha fissato il momento nel quale i veneziani sono penetrati nella catacombe di Alessandria dove l’Evangelista era stato vescovo, per riesumarne i resti e portarli a Venezia, città della quale il Santo è Patrono. Nell’istante in cui gli uomini trovano proprio il suo corpo, San Marco appare sulla scena indicando di fermarsi; la ricerca è terminata. La composizione è arricchita da un gruppo di persone poste sulla parte destra in basso. Qui vediamo compiersi un esorcismo. La presenza del corpo del Santo agisce su un indemoniato e vediamo un filo di fumo che gli esce dalla bocca. L’uomo si è liberato dal demonio. Il morto disteso è invece il corpo stesso di San Marco ed il patrizio inginocchiato al suo fianco è Tommaso Rangone, medico ravennate che è il committente di questo dipinto che si inserisce in un ciclo di tre tele destinate alla Scuola di San Marco.

Tintoretto (Jacopo Robusti), Ritrovamento del corpo di San Marco, 1562-66, olio su tela, cm 405×405. Pinacoteca di Brera, Milano




Pallucchini e Rossi descrivono così la complessa struttura del quadro: «La composizione è dominata dalle ortogonali dell’architettura, che quasi risucchiano lo sguardo dell’osservatore nella profondità dello spazio pittorico, verso la sorgente luminosa posta sul fondo. Lo stesso sguardo, tuttavia, immediatamente viene rimbalzato in primo piano, al centro dell’azione miracolosa, dalla mano circondata di luce di san Marco, raffigurata esattamente nel punto di fuga dello schema prospettico. […] La scena appare orchestrata proprio dalla studiata disposizione delle fonti luminose, dal fascio di luce che mette a fuoco l’apparizione del santo, alla luce che seguendo il percorso delle arcate, di cui sottolinea i profili, scandisce la fuga dello spazio verso il fondo, ritmata anche dalle zone illuminate degli avelli, sino al riverbero suscitato dal bagliore della torcia tenuta accesa da uno dei personaggi campiti sul fondo di quella lunga navata. Dinamica spaziale e luministica sono quindi perfettamente coordinate in funzione di quel senso scenico, tipico della narrativa tintorettiana, che in questo caso giova a sottolineare la drammaticità e la straordinarietà dell’evento miracoloso».
Bernard Berenson in merito al dipinto scrive: “Le figure, sebben colossali, sono così piene di energia e d’un così spontaneo movimento; gli effetti di prospettiva, di luce ed atmosfera legano talmente con le figure, che l’occhio immediatamente s’adatta a quelle dimensioni, e noi siamo come fatti partecipi d’una forza e d’una salute eroiche”. Per Berenson quindi la grande qualità di Tintoretto è quella di creare un mondo (quella che lo storico definisce “sensazione ideata”) fatto di atmosfera, prospettiva e luce che noi riusciamo a percepire come reale, nel senso di credibile ai nostri occhi.
Un quadro, per il grande storico dell’arte, è un cubo di aria e luce; è un mondo tridimensionale ideato dall’artista secondo regole proprie ed autonome rispetto alla realtà ovvero creato secondo i criteri stilistici dell’epoca e l’indole ideativa dell’artista, ma un mondo ugualmente accettabile dai nostri sensi, addirittura percepito tattilmente come più reale del reale, quando è arte di alta qualità e sonda in profondità gli aspetti più importanti della vita, ad esempio, come in questo dipinto, nelle opere di tema religioso.
Tintoretto proietta quindi sulla superficie bidimensionale della tela il suo cubo di aria e di luce, la sua scena teatrale o addirittura cinematografica come vedremo dirà Caroli, e lo fa secondo il suo genio creativo innovatore e bizzarro, facendo saltare ogni ordine precostituito.
Stefano Zuffi ci ricorda che Jacopo Robusti utilizzava dei modellini di legno, dei teatrini che illuminava in maniera originale e non ci è difficile immaginare l’artista intento a spostare i personaggi di cera e stoffa per sperimentare effetti di luce ed ombre per questa grande tela che è una perfetta quanto allucinata macchina scenica.
Tintoretto non era molto amato dal Longhi e Sgarbi riparte proprio dal grande storico per esaltare invece le qualità dell’artista. Longhi nel 1946 scriveva: “Non perciò vorrò io negare al Tintoretto una natura geniale, colma in principio di idee bellissime per favole drammatiche da svolgersi entro la scenografia di luci ed ombre rapidamente viranti. Egli si serviva all’uopo di un teatro di manichini sui cui provare quei canovacci luministici. Niente di male in questo. Il male stava nella struttura dei manichini e nel previsto meccanismo dell’azione che ne sprizzavano”. Sgarbi invece nel 2015 a proposito del ciclo di San Marco: “Tintoretto arriva dove nessuno era arrivato prima, aprendo la strada a Caravaggio e, contestualmente, superandolo . … Tintoretto ha trasfigurato la pittura in un sogno o in un incubo, trasferendo la realtà in un’altra dimensione. Difficile non riconoscerlo, e soprattutto non avvertirlo nella percezione della perfezione estetica, che evoca allucinazioni”.
Chiudiamo la rassegna con le parole che Caroli dedica al pittore in esame: “Per il Cinquecento – non c’è dubbio – si tratta di un punto estremo prima del precipizio. Jacopo vorrebbe certamente superarlo. Se non lo fa è perché gli mancano gli strumenti tecnici: macchinisti, datori di luci, direttori di scena. Il suo destino è … in un cinema immensamente tragico e spettacolare che, pur sfiorando Orson Welles e Tarkovsky, non è mai esistito, e, a questo punto, non esisterà mai più”.
Tornando alla mia esperienza di visitatore della Pinacoteca di Brera, confermo di essere stato letteralmente rapito dal dipinto. Scorgendo il quadro dalla attigua sala napoleonica, la grande figura di donna in piedi sulla destra mi ha trasmesso un forte senso di movimento e da lì sono stato trascinato nel quadro e soprattutto nell’azione, nel movimento. Seguendo le parole di Berenson, sono stato proiettato nel cubo d’aria e d’atmosfera ideato da Tintoretto, un mondo allucinato, onirico, visionario ma che vive di una sua logica interna alla quale, sempre secondo quanto afferma Berenson, i nostri occhi facilmente si adattano. In fondo è quel che accade nel cinema, quando siamo trascinati nello schermo e, riprendendo Caroli, il rammarico è grande per non avere avuto un regista “immensamente tragico e spettacolare” degno erede del Tintoretto.




Le affinità tra la figura del regista, teatrale o cinematografico, ed il pittore sono evidenti in opere come questa. Il grande pittore è posto di fronte alla sfida di costruire la scena, non sul palcoscenico o sul set tridimensionali, ma sul piano statico e bidimensionale della superficie pittorica. In questo dipinto Tintoretto, partendo non a caso da teatrini e marionette, costruisce una scena multipla sviluppando una narrazione complessa degna di un grandissimo regista. (Sig MQ)

Riferimenti bibliografici:

Ernst Gombrich La storia dell’arte Editore: Phaidon

Pallucchini, Rodolfo / Rossi, Paola: Tintoretto. L`opera completa. Editore:  Electa, 1990,

Flavio Caroli La storia dell’arte Editore Mondadori Electa 2011

Vittorio Sgarbi “Dal cielo alla terra” Editore Bompiani

Stefano Zuffi “Grande atlante della pittura dal mille al duemila” Edizioni Electa

Roberto Longhi “Viatico per cinque secoli di pittura veneziana”, 1946

Bernard Berenson I pittori italiani del Rinascimento Editore: BUR Biblioteca Universale Rizzoli

 

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